Overblog Tutti i blog Blog migliori Lifestyle
Edit post Segui questo blog Administration + Create my blog
MENU

Il blog di Maria Elena Tanca

Pubblicità

"Quando hanno aperto la cella": Stefano Cucchi e gli altri omicidi di Stato

ILARIA-E-STEFANO-CUCCHI.jpgProprio nel giorno in cui La Repubblica mostra in esclusiva il video della morte in carcere di un giovane senegalese di nome Saidou, ad Alghero si parla di Stefano Cucchi e di tutti gli altri omicidi di Stato. L’occasione è offerta dalla presentazione del libro “Quando hanno aperto la cella”, di Luigi Manconi e Valentina Calderone. Nell’auditorium del liceo Enrico Fermi di Alghero, oltre all’autrice, ci sono Grazia Serra, nipote di Francesco Mastrogiovanni, e Natascia Casu, figlia di Giuseppe. C’è, inoltre, il giornalista della Nuova Sardegna Costantino Cossu, che modera il dibattito.

Katiuscia Favero. La serata, dedicata dall’assessore Valdo di Nolfo a Saidou, è aperta dall’attore, autore e regista Ignazio Chessa, che racconta, leggendo alcuni brani del libro, la storia di Katiuscia Favero. Nel 2002 la donna, neanche trentenne, viene rinchiusa nell’ospedale psichiatrico giudiziario di Castiglione delle Stiviere, dopo essere stata condannata per il furto di un orologio. La vicenda presenta molte zone d’ombra e si conclude con la morte della paziente: ufficialmente un suicidio, una “birichinata”, per usare le parole del medico che comunica il decesso alla madre. Nella realtà solo il processo civile, iniziato nel 2011, potrà rivelare la verità su quella tragedia.

Diversità, paura e omertà. Si riaccendono le luci e inizia il dibattito: «Dietro questi episodi emerge uno schema mentale che usa la paura del diverso, di tutto ciò che non sta dentro l’equilibrio del sistema, come metodo per mantenere l’ordine sociale», spiega il giornalista Costantino Cossu. L’autrice del libro, invece, ricorda il caso di Stefano Cucchi, forse quello che più di tutti è riuscito ad attirare l’attenzione dei media e della gente: «In sei giorni, da quando viene arrestato al momento della morte, Cucchi incontra 150 persone che potrebbero fare qualcosa, ma non ne hanno il coraggio. La maggior parte di loro sono ufficiali giudiziari». Valentina Calderone sottolinea, poi, come sia difficile arrivare alla verità e ottenere giustizia: «Le istituzioni su questo piano sono carenti: ci si scontra con pm che non hanno coraggio, con avvocati che impiegano mesi a fare qualcosa e, spesso, non a favore del cliente».

Francesco Mastrogiovanni. In sala c’è anche Grazia Serra, nipote di Francesco Mastrogiovanni, la quale racconta, in preda alla commozione, il calvario dello zio: «Dicono di averlo visto, la sera del 30 luglio 2009, guidare a gran velocità con lo sguardo perso nel vuoto, nella zona pedonale di Acciaroli. E pare che la mattina del 31 luglio, alle nove, avesse tamponato altre vetture», afferma la ragazza. Eppure, non esiste alcun verbale delle infrazioni del 30 luglio, né segni sull’automobile che rendano plausibile l’impatto con altre macchine. Nonostante ciò, il pomeriggio del 31 luglio 2009, sulla spiaggia del campeggio Club Costa Cilento-Marina Piccola, c’è un gran dispiegamento di forze, tra carabinieri e vigili urbani. Aspettano che Mastrogiovanni, maestro alle scuole elementari, amato dagli alunni e considerato persona affidabile dai loro genitori, esca dall’acqua per applicare un Trattamento sanitario obbligatorio. Secondo la polizia municipale di Pollica avrebbe infatti prodotto un “allarme sociale con pericolo per l’ordine e la sicurezza”. Dopo alcune ore in acqua, l’uomo non ha scelta: si consegna alle autorità e gli vengono iniettati subito Valium e Farganesse. Ma il peggio deve ancora arrivare: Mastrogiovanni viene ricoverato nel reparto psichiatrico dell’ospedale San Luca di Vallo, dove muore il 4 agosto. Il video con le prove. «È emerso un video atroce, in cui è ripreso il ricovero di mio zio», racconta Grazia Serra. La telecamera interna alla stanza mostra l’uomo che, dopo aver mangiato tranquillo, si stende sul letto per riposare. È infatti stato sedato per la seconda volta, nonostante l’atteggiamento collaborativo. Appena si addormenta, lo legano: i polsi e le caviglie vengono stretti da fascette dotate di viti, a loro volta fissate al letto. Resterà così per oltre ottanta ore, sino al giorno della morte, senza mangiare, né bere, idratato solo attraverso flebo di soluzione fisiologica e glucosata.  Il video documenta tanti altri orrori, tra cui la contravvenzione di tutte le linee guida stabilite in materia di contenzione dall’Asl.

Giuseppe Casu. Infine, prende la parola la figlia di Giuseppe Casu, venditore ambulante quartese, morto il 22 giugno 2006, dopo sei giorni di ricovero in Psichiatria, al Santissima Trinità di Cagliari: «Tutto ha inizio il 15 giugno del 2006, in piazza 4 novembre – racconta Natascia Casu. - La grande colpa di mio padre è di essere un ambulante abusivo: vende frutta e verdura con la sua Ape. Prima del 15 giugno, a partire da maggio, vengono emesse numerosissime sanzioni solo nei suoi confronti. Arrivano le forze dell’ordine, iniziano a ridacchiare e gli chiedono se vuole fare un Trattamento sanitario obbligatorio. Lo buttano a terra». La giovane sostiene che i venditori ambulanti intorno a lui «non possono parlare perché sotto ricatto, in quanto tutti abusivi monoreddito». Il Tso, secondo Natascia, «è organizzato con largo anticipo», infatti «c’è il tempo di chiamare un fotografo e un giornalista dell’Unione Sarda per documentare lo sgombero della piazza». Il trattamento al Santissima Trinità è a dir poco disumano: «La dottoressa Cantone lo fa vedere solo alla mamma, che lo trova legato, con un pannolone, il catetere e imbottito di farmaci. Noi chiediamo il perché della mano violacea, vediamo tracce di sangue nelle urine». L’uomo viene tenuto legato e sedato per sette giorni: «I nostri periti ci dicono che è morto per un potente cocktail di farmaci – aggiunge Natascia. – Durante l’inchiesta si scopre che le parti anatomiche di mio padre sono state sostituite con quelle di un’altra persona deceduta (morta anch’essa per tromboembolia, ma a causa di un tumore). Nonostante ciò, in primo grado gli imputati vengono assolti con formula piena».

Conclusioni. La serata termina con la lettura dei brani riguardanti la ben nota vicenda di Giuseppe Uva, pestato a sangue nella caserma di Varese. Tanti altri sarebbero gli episodi da raccontare: nel libro ce ne sono venti, alcuni conosciuti, altri meno. Tutti hanno punti in comune: il modo in cui le famiglie vengono avvertite del decesso, l’occultamento o la scomparsa di elementi utili alle indagini, il coinvolgimento nei fatti di forze dell’ordine, medici, avvocati, magistrati. Le morti di Stato, infatti, non avvengono solo nelle carceri, ma anche nelle piazze, nelle caserme, negli ospedali psichiatrici giudiziari o nei reparti psichiatrici degli ospedali: una responsabilità diffusa, una responsabilità soprattutto politica. Politica perché sul tema della sicurezza e della paura del diverso sono state costruite e vinte intere campagne elettorali. Politica perché, quando l’onorevole Carlo Giovanardi afferma che Cucchi è morto perché «anoressico, drogato e sieropositivo» e Federico Aldrovandi perché «eroinomane», li uccide per la seconda volta. Davanti a una simile realtà, non resta che affidarsi alla forza delle donne: Ilaria Cucchi, Lucia Uva, Natascia, Grazia e le altre che, con grande dignità, portano avanti una dura lotta per la verità e la giustizia. Una giustizia che cercano all’interno delle istituzioni e non contro di esse: non moderne Antigone ma, come le definisce l’autrice, «pie donne».

 


 

 

 

 

 

Pubblicità
Torna alla home
Condividi post
Repost0
Per essere informato degli ultimi articoli, iscriviti:
Commenta il post