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Il blog di Maria Elena Tanca

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La Siria libera in un incontro a Milano: "Europa, dove sei?"

Una riflessione, un racconto sulla Siria, misto a nostalgia, ricordi e speranza per un futuro migliore. E insieme un appello all’Europa, che della Siria sembra essersi dimenticata. All’auditorium San Fedele di Milano, l’Associazione dei siriani liberi in Italia, in collaborazione con il mensile Popoli, ha organizzato un incontro per parlare di quello che sta succedendo in Siria. Un dibattito moderato dal sociologo Khaled Fouad Allam e al quale hanno preso parte padre Paolo Dall’Oglio, la scrittrice Rasha Omran, Massimo Cacciari, il presidente della Comunità islamica del Trentino Alto Adige, Aboulkheir Breigheche, e George Sabra, portavoce del Consiglio nazionale siriano. Una serata a tratti commovente, che ha visto la partecipazione di almeno 700 persone: c’era una folta rappresentanza della comunità italo-siriana, ma anche tanti italiani solidali con la causa della Siria. Un incontro che ha avuto un’altra protagonista inconsapevole: l’Europa. “Europa, dove sei?”, ha chiesto Allam riferendosi al silenzio delle istituzioni europee e italiane sul dramma che si sta consumando in Siria.

All’interrogativo sollevato da Allam ha risposto il filosofo Massimo Cacciari, che ha fornito una chiave di lettura dell’assenza dell’Europa. “Io penso che la situazione sia tragica perché l’Occidente e l’Europa hanno perso i rapporti storici, culturali e umani con il mondo arabo e mediorientale – ha detto Cacciari -. L’Europa ha perso la sua faccia mediterranea e ormai vive il mediterraneo come un confine, un pericolo, una barriera”, ha spiegato. E ha poi polemizzato sull’assenza e sul silenzio delle istituzioni: “Qui ci dovrebbe essere un responsabile della Commissione europea, del Consiglio d’Europa. Qui dovrebbe esserci il presidente del Consiglio, non io”. Cacciari ha affermato che l’Europa dovrebbe avere un ruolo centrale e cogliere l’occasione che le si è presentata di aiutare i processi di democratizzazione nei paesi arabi. Una posizione forte dell’Europa potrebbe, a suo avviso, abbattere le posizioni di Russia e Cina, evitando di ritardare ancora di più la fine della guerra. “Il vostro silenzio ci uccide”, recitano alcuni cartelli appesi in sala: anche la comunità dei siriani liberi in Italia chiede a gran voce aiuto alle potenze occidentali e, in particolar modo, all’Europa.

Altro punto su cui si è insistito molto durante la serata è stato l’unità del popolo siriano. “Quello che avviene in Siria da quattordici, quindici mesi è una rivolta popolare. Non è la rivolta di una casta, non è la rivolta di una comunità in particolare”, ha detto la scrittrice di fede alawita, Omran. Gli alawiti rappresentano circa il 10% della popolazione siriana, quindi non sono la comunità più numerosa. Eppure Omran si è schierata con i ribelli. “Purtroppo il lavoro del regime siriano durante tutti questi anni ha lasciato il suo segno, facendo credere che la comunità alawita in Siria sostenga il regime. Invece noi sappiamo, e tutti in Siria possono testimoniarlo, che tutte le comunità hanno partecipato a questa rivolta”, ha spiegato Omran.

Alcune delle testimonianze più toccanti del massacro siriano le ha raccolte padre Paolo Dall’Oglio, gesuita fondatore, nel 1982, della Comunitá-monastero di Deir Mar Musa. Paolo Dall’Oglio è in esilio, cacciato dalla Siria proprio dal regime di Bashar al-Assad. Il suo ruolo di ponte nel dialogo tra religioni diverse lo ha messo in pericolo di vita e per questo il Vaticano gli ha chiesto di allontanarsi dalla sua amata Siria. “Ero su un camioncino dell’Esercito libero, portavamo a casa per il funerale uno dei tredici operai uccisi ad Albaida. Gli avevano sparato in faccia. Tornavano a casa inermi, dopo il lavoro, uccisi dalle milizie”, ha raccontato. E questo è stato solo uno degli episodi a cui ha assistito di persona nella Siria martoriata dalla guerra. In quella terra spesso anche le chiese hanno paura ad aprire le porte per offrire rifugio agli uomini che combattono per la libertà.

Sul silenzio del mondo cosiddetto democratico e civile ha battuto anche Bregheche, in esilio dal 1973 a causa delle sue idee politiche. “Già negli anni Ottanta abbiamo assistito ad altri crimini e altri massacri, come quello della città di Hama, con trentamila morti: una città, con le sue moschee e chiese, distrutta. Il mondo guardava in silenzio e distribuiva onorificenze, addirittura, a questo criminale e a sua moglie”. Bregheche ha inoltre voluto sottolineare con forza, ancora una volta, l’unità del popolo siriano contro il regime, sintetizzata da uno dei motti della rivoluzione: “Wahid, wahid, wahid, ash-sha’b as-sury wahid”, (“Uno, uno, uno, il popolo siriano è uno”). “Quello che sta accadendo in Siria non è una guerra tra le varie appartenenze religiose, non è una guerra civile, come qualcuno la vuol chiamare. Ma è una guerra del regime criminale contro il suo popolo”.

Gli ha fatto eco Sabra, il quale ha anche espresso la sua preoccupazione per il dolore che ha trafitto il cuore del suo popolo in tutto questo tempo. Un dolore che le cronache dei giornali e delle televisioni hanno potuto mostrare solo in parte. “Tutto quello che siamo riusciti a vedere o sentire sulle azioni del regime siriano, purtroppo, è solo la punta dell’iceberg di tutto quello che verrà fuori dopo la fine di questa rivolta”. Ma, come li ha descritti la scrittrice Omran con una bella immagine, “i siriani sono come l’Araba fenice: ogni mattina puliscono il loro corpo dalla morte e vanno comunque avanti nella loro strada verso la libertà e verso la vita”.

Da Il Post Viola

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