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Il blog di Maria Elena Tanca

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Far West Usa

PIERCE O’FARRILL ha 28 anni. Lavora per la Denver Rescue Mission. È seduto nella terza fila di un cinema di Aurora, alla prima dell’ultimo capitolo della saga di Batman. Non immagina che di lì a poco un uomo con addosso una corazza e una maschera anti-gas gli sparerà addosso.

James Holmes, lo studente di 24 anni che ha fatto fuoco alla cieca contro il pubblico presente in sala, lo ha colpito tre volte. Due al piede sinistro, con un fucile a pompa e un fucile d’assalto AR-15, una al braccio con una pistola.

Pierce è uno dei sopravvissuti alla strage di Denver. È profondamente religioso. Ha dichiarato ai giornali locali che, se dovesse incontrare Holmes, lo perdonerebbe e poi pregherebbe per lui.

Bonnie Kate Pourciau ha 18 anni, sta tornando a casa in Lousiana, quando decide di fermarsi in un cinema di Aurora, per assistere alla prima del film. Ma la sosta le costa cara: l’assassino la ferisce a una gamba. Ora è su un letto, nell’ospedale dell’Università del Colorado.

Sorride ai fotografi: ce l’ha fatta, è una dei sopravvissuti. Accanto a lei c’è Pierce. Si sono conosciuti nella sala d’attesa del pronto soccorso, mentre aspettavano di essere portati in sala operatoria. La loro immagine sorridente campeggia sulle pagine del Denver Post, quotidiano locale. L’incubo è finito.

Pierce e Bonnie hanno vissuto attimi di paura e dolore, ma sono stati fortunati. James Holmes ha ucciso 12 persone e ne ha ferito 59. Tra le vittime c’è anche Jessica Redfield, una giornalista che a giugno si era salvata da un’altra sparatoria.

Quando Holmes entra nel cinema ha con sé occhiali per la visione notturna, un giubbotto antiproiettile, bombe fumogene, una pistola Glock .40, una pistola Smith & Wesson .223, un fucile a pompa Remington 870 e un fucile d’assalto AR 15.

Gli spettatori all’inizio pensano che gli spari e il fumo siano effetti speciali del film. Solo in un secondo momento, quando sentono i proiettili entrare nella carne, capiscono. Molti cercano una via di fuga carponi, altri si accasciano al suolo e si mettono in posizione fetale, con le mani dietro la nuca per proteggersi. Qualcuno urla, qualcuno sputa sangue dalla bocca. Scene da film, ma è la realtà.

L’America non è nuova a veglie funebri. È il 20 aprile del 1999 quando due studenti della Columbine High School, Eric Harris e Dylan Klebold, si introducono nell’edificio armati e aprono il fuoco su compagni e insegnanti. Muoiono 12 studenti e un professore. I feriti sono 24. I due autori del massacro si suicidano.

Otto anni dopo, il 16 aprile del 2007, al Virginia Polytechnic Institute di Blacksburg, avviene di peggio. Uno studente sudcoreano, Cho Seung-hui, firma il peggiore massacro scolastico nella storia degli Stati Uniti dopo il disastro della Bath School del 1927. Cho, che vive all’interno del campus e frequenta l’ultimo anno della facoltà di inglese, uccide 32 persone. Poi si spara.

Ma l’elenco delle stragi non finisce qui: il 14 febbraio del 2008 l’America piange sei morti e 21 feriti alla Northern Illinois University. L’otto gennaio 2011 a Tucson, in Arizona, la deputata Gabrielle Gifford è oggetto di un attentato. Quel giorno muoiono sei persone, quattordici restano ferite.

Secondo dati del rapporto annuale dell’Atf (Bureau of Alcohol, Tobacco, Firearms and Explosives) nel 2010 negli Stati Uniti sono state fabbricate 5.459.240 armi da fuoco. Di queste, almeno 241.977 sono state esportate. Sempre nel 2010 le armi da fuoco importate erano 2.839.947. Nel 2011, invece, ammontavano a 3.252.404: un significativo aumento.

A marzo del 2012 le armi registrate ufficialmente erano in totale 3.184.804. Secondo il Centro federale per la concessione di licenze per le armi da fuoco, nel 2011 sono state concesse 123.587 licenze. E non finisce qui, perché questi dati non tengono conto del traffico “sommerso” e quindi di tutte quelle persone che detengono armi illegalmente.

Le armi in mano a privati sono tante. In base ai dati dello Small Arms Survey, pubblicati a fine 2007 sul Washington Post, gli Stati Uniti sono al primo posto nella classifica mondiale, con 90 armi da fuoco ogni cento abitanti. Superano perfino lo Yemen, dove da anni è in corso una sanguinosa guerra civile.

Lo Small Arms Survey è un progetto che si occupa di indagare sulla diffusione delle armi da fuoco nel mondo. La ricerca è condotta sotto la supervisione dell’Istituto di Alti Studi Internazionali e dello Sviluppo di Ginevra.

Le leggi che regolano la concessione delle licenze variano da uno Stato all’altro. Possono essere più o meno restrittive. In Colorado, in particolare, l’acquisto di armi da fuoco è vietato alle persone con precedenti penali o con una storia di disturbi mentali. Benché dopo la tragedia alla Columbine lo Stato abbia imposto alcune restrizioni, le leggi locali continuano a impedire  alle autorità di limitare il possesso d’armi. Una vittoria, questa, per la potente lobby delle armi, che ha condotto una lotta senza quartiere.

A marzo 2012, ad esempio, la Corte Suprema del Colorado ha abolito il divieto di portare armi all’università. In Colorado ottenere il porto d’armi è facile. Il “Mountain State” è infatti uno dei 38 “shall issue states”. Qui chi fa domanda, se in possesso di tutti i requisiti necessari, non può vedersi negare il diritto al porto d’armi: è sufficiente riempire un modulo online e pagare poche centinaia di dollari.

Alla base di tutto c’è il secondo emendamento della Costituzione statunitense, che garantisce il diritto al porto d’armi. Un diritto considerato sacro. Che la maggioranza degli americani non vuole mettere in discussione. Nell’ultimo sondaggio Gallup (2011), il 53 per cento degli intervistati si è detto “contrario a norme più restrittive sulla vendita e il possesso delle armi, incluse quelle automatiche e da guerra”.

La strage di Aurora ha rafforzato quella convinzione: dopo la carneficina c’è stato un boom delle vendite di armi. Ma perché per gran parte degli americani il secondo emendamento è  intoccabile?

“Il secondo emendamento viene malinteso: si trascura la prima parte che parla molto chiaramente di una milizia. E questo si riferiva al fatto che ai cittadini serviva poter formare una milizia per resistere agli inglesi”, spiega Wolfgang Achtner, giornalista televisivo americano che ha lavorato per Cnn, Abc e Press TV.

“Volutamente elementi della destra politica, ma soprattutto della National Rifle Association (Nra), una lobby potentissima che rappresenta gli interessi dei produttori di armi, evitano di citare la prima parte dell’emendamento. Questa renderebbe chiara l’idea che avevano i padri fondatori: loro non intendevano autorizzare una manica di persone a correre in giro armate per proprio divertimento o nessun altro motivo.”

“In parte, poi, – continua Achtner – c’è una componente storico-culturale, che è legata all’idea della conquista del West. Quindi della pistola e dell’uomo che si fa strada da sé, si fa giustizia, ma che è anche costretto a difendersi”. Le tattiche della Nra hanno contribuito alla crescita dell’industria delle armi. Secondo la Fondazione nazionale degli sport da tiro, tra il 2008 e il 2011 i lavori in aziende che fabbricano, distribuiscono e vendono armi da fuoco e munizioni sono cresciuti del 30 per cento.

La Fondazione stima che l’impatto economico diretto dell’industria delle armi sia raddoppiato, fino ad arrivare a 13,6 miliardi di dollari. Secondo Bloomberg, infine, la Nra ha concluso il 2011 confermandosi come “una macchina di pressioni politiche, commerciali e di marketing che porta con sé più di 200 milioni di dollari all’anno”.

Barack Obama, a meno di cento giorni dal voto, ha aperto a una revisione della legge in materia di armi. Lo ha fatto a New Orleans, durante una convention. Ha detto di voler portare il dibattito nel Congresso degli Stati Uniti. “Il suo è stato un tentativo molto timido – dice Achtner -. Questo è un argomento che, nella campagna elettorale, finora, non è emerso, perché nessuno vuole stuzzicare la Nra. Sanno che, finora, chi l’ha fatto ha perso”.

“Obama ha un sacco di gatte da pelare – continua Achtner – e preferisce ignorare un tema che potrebbe favorire il suo avversario. Naturalmente il presidente ha visto un’opportunità, ma la maniera in cui l’ha afferrata e ne ha parlato è molto parziale”.

Da The Post Internazionale

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