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Il blog di Maria Elena Tanca

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Ingroia: "Dicono che parlo troppo, ma il silenzio favorisce la mafia"

“Il mio maestro Paolo Borsellino diceva che quando si tratta di mafia bisogna parlare, che il silenzio favorisce la mafia e che, per combatterla, bisogna parlare di mafia e di antimafia”. Alla festa del Pd di Milano, il pm Antonio Ingroia risponde così a chi lo accusa di parlare troppo. Invitato a partecipare a un dibattito su corruzione, legalità e diritti con l’ex senatore del Pd Giovanni Pellegrino, il magistrato appare sereno. Si dichiara tranquillo. Ribadisce la volontà di andare fino in fondo alle indagini sulla trattativa tra lo Stato e la mafia fra il ’92 e il ‘94.  Riccioli neri, occhiali e barba difende serafico il modus operandi della procura di Palermo. “Con i vertici di Anm e Csm abbiamo avuto qualche divergenza di vedute”, spiega Ingroia. “Da anni c’è un dibattito sull’esposizione mediatica della magistratura e sul diritto del magistrato-cittadino a esprimere la sua opinione in qualsiasi consesso. Io sono radicalmente sbilanciato a favore del pieno diritto di espressione della procura. Però ho la sensazione che in Italia, negli ultimi anni, si viva un’aria più pesante”.

Nelle indagini, che conduce insieme con un pool di magistrati della procura di Palermo, Ingroia si è imbattuto in una serie di ostacoli. Non ultimo il conflitto di attribuzione sollevato dal Quirinale nei confronti della procura. Oggetto del contendere sono le   intercettazioni telefoniche in cui sarebbe coinvolto il presidente della Repubblica. Napolitano vorrebbe che le registrazioni con la sua voce  fossero distrutte prima dell’udienza, fase in cui potrebbero esser raccontate ai giornalisti. E soprattutto pubblicate sui giornali, con conseguente divulgazione delle frasi che il presidente avrebbe pronunciato in una conversazione con l’ex ministro del’Interno, Nicola Mancino. È di due giorni fa la notizia  secondo cui la Consulta starebbe per dar ragione a Napolitano.

“A noi queste intercettazioni irrilevanti interessavano molto poco – dichiara Ingroia -. Proprio per evitare qualsiasi possibile fragore mediatico, dannoso per le indagini, avevamo adottato tutte le cautele consentite dalla legge. L’unica testata giornalistica che ha detto, falsamente, di essere a conoscenza del contenuto delle intercettazioni è Panorama. Ma le cose scritte sul giornale dimostrano che è tutto un bluff”. Nel timore che scoppiasse un caso nazionale, come puntualmente è accaduto, il pool di magistrati aveva inserito le intercettazioni in un fascicolo stralcio. “Non sono mai state depositate, né trascritte. E neppure avevamo urgenza di distruggerle, perché non volevamo depositarle”.

Il tono sommesso, tenuto dalla procura di Palermo di fronte al clamore mediatico suscitato dalla decisione di Napolitano, piace all’ex senatore Giovanni Pellegrino. Per anni presidente della commissione parlamentare Stragi, Pellegrino solleva però un dubbio: perché non dire subito che le intercettazioni erano state depositate in un fascicolo stralcio? “Non potevamo dirlo per ragioni di segreto investigativo”, è la risposta di Ingroia. Secondo entrambi la polemica sull’intercettazione indiretta del presidente ha catturato un po’ troppo l’attenzione dei media. E così la trattativa tra lo Stato e la mafia è passata in secondo piano. In realtà, non è questo l’oggetto vero e proprio delle indagini. L’ipotesi per cui la procura  procede è, infatti, il reato di violenza o minaccia nei confronti di un corpo politico. “Essendo un reato di pericolo – spiega Ingroia – i mafiosi e chi ha permesso, facendo da intermediario istituzionale, che la minaccia arrivasse allo Stato possono essere indagati”. Inoltre “se lo Stato ha trattato, potrebbe configurarsi un reato di tipo ministeriale”.

Le indagini ormai vanno avanti da quasi 15 anni. Ingroia cominciò a occuparsi della vicenda nel ‘96-’97, quando un pentito iniziò a parlare del cosiddetto papello. Dopo anni di archiviazioni per la mancanza di elementi sufficienti, sembra arrivata la svolta: “La richiesta di rinvio a giudizio nasce dalla riapertura di un procedimento archiviato. In due anni – afferma Ingroia - abbiamo acquisito elementi nuovi. Ora pensiamo di poter ottenere una condanna”.

Le accuse nei confronti dei magistrati e la preoccupazione per l’emergere di un populismo giudiziario lo amareggiano. Il crescente peso della magistratura non è, a suo avviso, una forma di invadenza o di protagonismo della categoria, ma un modo per supplire a una classe politica assente. “In 20 anni non è stata costituita una commissione d’inchiesta sulla trattativa tra lo Stato e la mafia - dichiara Ingroia – Io credo che la magistratura avrebbe mantenuto il suo ruolo se non vi fosse stato da colmare il vuoto lasciato dalla politica”.  

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