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Il blog di Maria Elena Tanca

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Fashion bloggers: è giusto che siano remunerati?

Pagare o non pagare? Questo è il dilemma. I marchi di moda si servono sempre di più dei fashion blogger, ma la collaborazione inizia a farsi costosa. Così, gli stilisti iniziano a porsi dubbi, a farsi domande. Sostengono che, in termini di ritorno sugli investimenti, una rivista o una pubblicità alla tivù siano più efficaci e sollevano dubbi sui compensi richiesti da alcuni blogger. Fanno, inoltre, un’altra considerazione: i giornalisti non sono pagati per parlare dei prodotti di un’azienda. Ergo, i blogger di moda non sono giornalisti. Non avendo questa qualifica, non esiste alcun obbligo di pagarli.

Dal canto loro, i blogger rispondono che le tariffe richieste sono eque perché la loro attività può permettere di ottenere fino a un milione di pagine viste in un mese, sia sui loro siti, sia sui siti del brand. Questo significa che, in termini di ritorno sugli investimenti, sono efficaci. Alcuni blogger sono anche giornalisti, ma la maggior parte di loro non si considera tale perché esprime opinioni su ciò che vede: più editorialisti, dunque, che cronisti.

La tensione tra le aziende di moda e i blogger è una conseguenza dell’evoluzione del mondo del Web. Nel momento in cui i brand aumentano il loro coinvolgimento con i blogger in termini di copertura e progetti, la linea tra ciò per cui dovrebbero essere pagati e ciò per cui non dovrebbero diventa sempre più indistinta. Per una cifra compresa tra i 20.000 e i 25.000 dollari, un’azienda può ingaggiare un blogger per svariati progetti nel corso della settimana della moda.

Nel 2010, Bryan Grey Yambao, penna del blog Bryanboy, ha guadagnato più di 100.000 dollari all’anno dalla sua attività. Neiman Marcus, catena di grande distribuzione specializzata in prodotti di lusso, misura l’efficacia di una campagna monitorando le pagine viste, i visitatori unici, le impressioni, il traffico, ma anche i “likes”, i commenti, i retweet, le condivisioni, le risposte, le citazioni del marchio e l’aumento dei link in entrata e in uscita.

Il blog di Aimee Song, “Song of Style”, che ha raggiunto nel mese di aprile i due milioni di pagine viste, ha lavorato per marchi come Seven For All Mankind, True Religion, Fossil, Levi’s, Smart Car e Macy’s . Tutti lavori retribuiti. “Benché i blogger non siano celebrità, molti di noi hanno un buon pubblico e, talvolta, grazie ai social media, possiamo raggiungere perfino un pubblico più vasto”, ha spiegato Song al magazine Women’s Wear Daily. Un suo articolo collegato a un post su Instagram, dove ha oltre 100.000 follower, può far vendere in un solo giorno un abito fino a esaurimento. “Prima, quando ero molto ingenua e agli inizi, avrei collaborato con i marchi di moda gratis”, ha detto al magazine Women’s Wear Daily. Ora è in viaggio per il Paese con Macy’s per seguire la collezione Bar III e ha raccontato che i compensi variano da un paio di migliaia per stare tutto il giorno nel negozio, twittando e caricando immagini su Instagram, fino a 50.000 dollari per una collaborazione con un marchio, di cui non ha voluto rivelare il nome.

Coach, azienda in prima linea nella collaborazione con i blogger, nel 2009 è stato uno dei primi ad assumere blogger come Hanneli Mustaparta, Leandra Medine, Emily Weiss e Kelly Framel per progettare, disegnare, bloggare e perfino apparire nelle sue campagne pubblicitarie. Secondo David Duplantis, vicepresidente esecutivo dei media digitali e online, la relazione tra marchio e blogger è simbiotica. Perciò, se il marchio trae benefici raggiungendo il pubblico del blogger in aggiunta al proprio, il blogger, a sua volta, beneficia del prestigio che trae dal lavorare con un marchio forte e autorevole come Coach. “Non consideriamo la collaborazione con il nostro blogger come pubblicità. Per noi, è importante la creazione di contenuti e l’opportunità di lavorare con una comunità vibrante e creativa”, ha aggiunto Duplantis. Più di recente Coach, si è messa alla ricerca di nuovi talenti e ha iniziato a lavorarci, presentandoli al suo pubblico al posto di blogger già affermati. Al tempo stesso, però, ha mantenuto anche le collaborazioni con i più seguiti influencer digitali. 

Con l’aumentare delle parternship con i blogger, questi hanno portato alla luce un tema ricorrente: l’integrità giornalistica dei blogger. Da un lato, i blogger vorrebbero essere considerati come giornalisti, ma stringendo alleanze con i marchi leader e i designer creano quel che qualcuno chiamerebbe conflitto di interessi. I blogger sostengono di non essere giornalisti nel senso tradizionale del termine: ritengono che stia nascendo una nuova forma di giornalismo, ibrida e che si sviluppa velocemente. “Per mantenere la mia integrità non scambierei un prodotto con i post sul blog, ma se qualcuno mi spedisce qualcosa, non lo rimando indietro”, ha detto Medine di Man Repeller, che raggiunge circa due milioni di pagine viste al mese. “So di non essere un redattore del Wall Street Journal e va bene. Non devo avere un punto di vista imparziale. Il bloggare riguarda la soggettività”. “Ultimamente, tutti in questo mondo cercano di fare soldi, e non vedo perché i blogger dovrebbero essere rimproverati per aver cercato di trasformare i loro hobby in un business”, ha continuato.  

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M
Bellissimo articolo espone in pieno la situazione attuale dei blogger
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M
<br /> <br /> Grazie :)<br /> <br /> <br /> <br />