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Il blog di Maria Elena Tanca

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Cina: nella scuola dell’élite comunista gli studenti preferiscono il guanxi a Mao

Marx, Lenin e Mao addio. In Cina gli studenti della Scuola centrale del Partito comunista preferiscono il networking. Con grande preoccupazione dei professori dell’istituto, che per decenni hanno indottrinato generazioni di funzionari. Ma ora le cose sono cambiate. Messi da parte Marx, Lenin e Mao, ciò che più preme agli allievi è coltivare relazioni utili per la carriera, procacciarsi favori e stringere accordi vantaggiosi. La maggior parte di loro sono funzionari governativi di mezza età che, invece di stare sui libri a studiare, preferiscono praticare il guanxi. Questo termine cinese significa “connessione” e indica un sistema di relazioni mutualmente vantaggiose, una rete di contatti a cui far riferimento in caso di necessità. Amicizie calcolate, cene di lusso e, perché no, notti ad alto tasso alcolico: tutto serve se si vuol far carriera.

LE ORIGINI DEL GUANXI. La pratica ha radici profonde. “A fare da termometro e indicatore del potere personale potenziale degli individui sono proprio le guanxi, le reti inter-personali di contatti che definiscono il posto di ognuno nell’ordine sociale – spiega la sinologa e analista di relazioni internazionali Maria Dolores Cabras -. D’altra parte, sapere quale sia il proprio posto nella dimensione gerarchica cinese ritrova i suoi prodromi nell’etica confuciana, rediviva e mai superata. È inoltre un imperativo categorico per il mantenimento della stabilità e dell’armonia sociale e per adempiere ai propri doveri osservando i principi morali”.

UN SEGNO DELLA CRISI DEL PCC. L’ossessione degli allievi per il guanxi allarma i leader del PCC. Questi scorgono in tale pratica un sintomo inequivocabile dei problemi che minacciano l’influenza del Partito sul Paese. La prima grossa preoccupazione del PCC è senza dubbio la corruzione dilagante dei suoi vertici. Negli ultimi anni una carrellata di scandali ha infatti colpito diversi membri del Partito, provocando l’indignazione dell’opinione pubblica cinese. L’elenco è lungo. Suscitò scalpore il caso del funzionario della sicurezza cinese Yang Dacai, con la sua passione per gli orologi di lusso dal costo oltre la portata del suo stipendio. E fece parlare di sé anche Liu Zhijun: l’ex ministro delle Ferrovie fu destituito nel 2011 per essersi appropriato indebitamente dell’equivalente di 152 milioni di dollari e per aver mantenuto, con quei soldi, 18 amanti. A dir la verità, Zhijun non è il primo sensibile al fascino femminile: sembra proprio che nel PCC corruzione e donne vadano a braccetto. Nel 2002, per esempio, Lin Longfei, ex Segretario provinciale di partito della contea di Zhoupu, nel Fujian,  organizzò un festino con le sue 22 amanti. All’evento privato, che ebbe luogo in un ristorante, inaugurò, con sfoggio di creatività, il primo concorso annuale per eleggere la migliore tra le sue donne. Ma forse il più chiacchierato tra gli scandali in seno al PCC è stato il “Chongqing drama”, il più grave degli ultimi 30 anni. La protagonista indiscussa della vicenda è stata la Lady Macbeth cinese Gu Kailai, moglie del Segretario del PCC di Chongqing, Bo Xilai. La donna è stata condannata a morte, con pena sospesa per due anni, per l’omicidio di Neil Heywood, uomo d’affari britannico e suo presunto ex amante. Dalle indagini sulla famiglia di Bo Xilai sono emerse anche le violazioni disciplinari commesse dal politico. “La defenestrazione dai ranghi del PCC dell’ex segretario neo-maoista di Chongqing, Bo Xilai – commenta Cabras –, più che rappresentare una conclamata scelta di campo riformista,  è stata la risposta punitiva di uno Stato-Partito che vuol mostrarsi forte, suscitata dal biasimo pubblico e dalle lotte intestine tra le diverse fazioni”.

FRENARE LA DERIVA. La corruzione dilagante e la disaffezione nei confronti degli ideali del comunismo hanno allentato la presa del Partito sul Paese. Anche il vicepresidente della Cina Xi Jinping, attualmente presidente della Scuola centrale,  ha mostrato grande preoccupazione per quel che sta accadendo. “In un discorso tenuto lo scorso marzo davanti ai cadetti della Scuola centrale del PCC – dice Maria Dolores Cabras – ha ammonito che la mancanza di principi e i comportamenti corrotti non favoriscono la purezza del Partito. Ha inoltre affermato che alcune persone sono entrate a farne parte non perché credono nel marxismo e vogliono dedicarsi al socialismo con caratteristiche cinesi, ma perché diventare un membro porta loro vantaggi personali”. Per frenare la deriva, molte scuole hanno cercato di inasprire i controlli, tenendo sotto osservazione la frequenza alle lezioni e i pasti. Ma anche richiedendo agli allievi di restare al campus durante i giorni della settimana o di fornire giustificazioni quando escono. Cambiamenti resi necessari in previsione dell’8 novembre, data in cui vi sarà un avvicendamento ai vertici del PCC. In quel giorno, a Pechino, nella Grande Sala del Popolo, andrà in scena il XVIII Congresso nazionale del Partito Comunista Cinese. Il presidente Hu Jintao dovrebbe dimettersi e consegnare il testimone al vice, Xi Jinping. Il lavoro della scuola è in genere avvolto nella massima segretezza. E soprattutto quest’anno, con il cambio dei vertici alle porte, su tutti, studenti, professori e ricercatori, è stato imposto l’obbligo del silenzio. Se si pensa che qui è stata formata la classe dirigente del Paese, la cautela imposta a docenti e alunni non appare casuale.

UN’ISTITUZIONE ANTICHISSIMA. La Scuola centrale del PCC fu fondata nel 1933 dalle forze comuniste, nella loro base nella provincia del Jianxi, durante la lunga guerra civile del Paese. Ai corsi accedono i funzionari di livello ministeriale. Sui suoi banchi vengono addestrati coloro che un giorno, con tutta probabilità, saranno chiamati a governare la Cina. L’offerta didattica si concentra soprattutto su materie economiche, filosofia, legge, politica e storia del Partito Comunista Cinese. Anche il corpo docente vanta nomi appartenenti all’élite. E il rettore della scuola è in genere il vicepresidente o il presidente cinese, tanto che l’istituto può vantare tra gli ex rettori Mao Zedong, Liu Shaoqi e Hu Jintao.

UN DURO ADDESTRAMENTO. Il campus, situato nella zona nordoccidentale di Pechino, è silenzioso e immerso nel verde. A proteggere l’edificio ci sono imponenti inferriate, sorvegliate 24 ore su 24 e 7 giorni su 7 dalla polizia cinese. Le stanze nei dormitori sono assegnate in base al grado, cosicché i funzionari di livello più alto ottengono il meglio: camera da letto, soggiorno e un bagno privato. Gli studenti sono quasi tutti quarantenni o cinquantenni. “Sono uomini altamente scolarizzati, professionisti dell’impresa e della finanza, hanno lo sguardo rivolto verso occidente, dove spesso si sono formati – spiega Cabras -. Non parlano il politichese stretto e orientano le loro scelte secondo le regole del mercato e quelle del sistema guanxi”. I programmi d’addestramento possono durare da una settimana a due anni, con periodi più lunghi per i funzionari di aree etniche sensibili come il Tibet e lo Xinjiang. Oltre a quella centrale di Beijing, esistono più di 3000 scuole di partito in tutta la Cina.

LA MODERNIZZAZIONE DEI PIANI DI STUDIO. Se “Il Capitale” di Marx è ancora tra i libri più letti, i funzionari spendono sempre più tempo in argomenti come la politica monetaria internazionale o la teoria del management. I metodi di insegnamento, poi, sono cambiati drasticamente. Mentre prima il professore faceva lezione da un palco, ora è tutto più dinamico. Gli studenti, per esempio, partecipano a veri e propri case studies: sottopongono i problemi delle loro province affinché siano studiati. Oppure, in alcune lezioni, si ricorre a simulazioni per insegnare come gestire una crisi: in queste classi vengono organizzate false conferenze stampa con i giornalisti dei media statali.

PROVE DI APERTURA. La Scuola centrale sta cercando di aprirsi al mondo esterno, passando dai tempi dello spionaggio, quando non appariva nemmeno sulle mappe e sulle guide telefoniche, alle partnership con istituzioni straniere come la Georgetown University. Particolare interesse suscitano gli Stati Uniti: i ricercatori della Scuola studiano questioni come l’egemonia del dollaro, la possibilità di un declino americano e l’effetto dell’opinione pubblica sulla legislazione Usa. E molti dei professori continuano a essere ossessionati dal collasso dell’Unione Sovietica: analizzare il fallimento di quel sistema potrebbe servire a individuare i campanelli d’allarme nel proprio.

“ATTENZIONE ALLA MANIFESTAZIONE DEL REVISIONISMO NEL CENTRO DEL PARTITO”. Per quanto si parli di cambiamenti e apertura, alcuni pensano che la Scuola centrale del Partito resti tutto sommato un’istituzione rigida, dove le idee di riforme profonde sono soffocate. “Oggi, come vent’anni fa, la vecchia guardia del PCC ammonisce le nuove leve della Scuola affinché si  guardino dai luccicori ingannevoli dell’occidentalizzazione culturale, dal suo pragmatismo radicalizzante e dai suoi modelli riformisti e aperturisti, che allontanerebbero i cinesi dalla Cina – spiega Maria Dolores Cabras -. Di fatto il cambiamento auspicato dai leader di Pechino è un «cambiamento vigilato». Le riforme devono essere graduali, controllate e guidate dalle eminenze grigie di Zhongnanhai, oltre che finalizzate al mantenimento del sistema stesso in vista di una nuova socialistizzazione della Cina”.

 

Da Il Post Viola

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