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  • Maria Elena Tanca
  • Nata a Sassari nel 1981, è giornalista professionista dal 2010.
  • Nata a Sassari nel 1981, è giornalista professionista dal 2010.

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20 settembre 2012 4 20 /09 /settembre /2012 21:52

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Primo piatto: sandali rosa confetto ispirati all’arte del riciclo. Secondo: borsetta che ricorda le monete giapponesi. Dessert: scarpe tagliate in punta e sul tallone. Non si mangiano, ma soddisfano un altro genere di appetito i prodotti del marchio Wmaty (What’s more alive than you). Serviti come portate prelibate su una tavola imbandita del circolo della stampa a Milano, sono il frutto di un connubio tra design internazionale e maestria produttiva italiana. Il marchio, fondato da Mario Innocente e Michela De Zuani, si basa su un’idea innovativa: coinvolgere e reclutare, attraverso il Web, designer, fashion designer, architetti e creativi di tutto il mondo, professionisti, ma anche studenti universitari e talenti emergenti. La start-up si è infatti servita di alcune piattaforme di crowdsourcing per raccogliere idee provenienti da ogni Paese, scegliendo e premiando le migliori. Ai designer selezionati è stata riconosciuta una royalty per ogni prodotto commercializzato. Un modo originale per rendere la moda un’esperienza più partecipata.

“Amo la storia e le tradizioni, i vecchi oggetti e i disegni antichi, ma sono attratta anche da cose molto moderne – dice Akiko Tanakashi, autrice della linea di borse My Jaba money, ispirata alle monete giapponesi –. Quando penso a un oggetto, provo a unire sensazioni attuali e vecchie tradizioni. Questo per me significa dare continuità alla storia”. Le sue borse sono caratterizzate da un manico-bracciale in metallo placcato in argento, che permette di portarle al polso come un gioiello.

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Particolari sono le Recycle shoes, un paio di scarpe in pelle conciata al naturale, disponibili in giallo o in rosa confetto. La peculiarità del modello, nato dall’estro della svedese Liza Fredrika Aslund, è data dai tacchi. Questi traggono ispirazione dall’assemblaggio di pezzi di sedie e tavoli e, quindi, dal riciclo.

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Altre scarpe che colpiscono sono quelle della linea Madame Guillotine. La designer, francese di Nantes, si chiama Florence Estelle Girault e si è ispirata ad alcuni momenti della rivoluzione francese. Il risultato sono scarpe dal disegno asimmetrico, tagliate come da una ghigliottina in punta e sul tallone.

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Ma non sono da meno i designer italiani. Filippo Mantone è autore della linea di borse Ellis Island, caratterizzate dal patchwork cucito a mano e dal manico “continuo”, che permette di portarle in due posizioni diverse. Giulia Signorini ha creato le scarpe Mix_Cut_Paste, con gambale fatto di anelli assemblabili a piacimento, fino a ottenere un paio di stivaletti estivi. Seguono Lucia Pontremoli, Paola Bimaso, Cristian Barato e Andrea Samantha Maggioni.

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Ci sono poi le scarpe maschili, con la linea del tedesco Albrecht B. Engel e quella del giapponese Akahito Shigemitsu.

Infine, non poteva mancare un’inglese: Victoria Geaney sorprende con la sua collezione di scarpe floreali, eleganti ed eco-friendly.

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15 settembre 2012 6 15 /09 /settembre /2012 15:59

“Il mio maestro Paolo Borsellino diceva che quando si tratta di mafia bisogna parlare, che il silenzio favorisce la mafia e che, per combatterla, bisogna parlare di mafia e di antimafia”. Alla festa del Pd di Milano, il pm Antonio Ingroia risponde così a chi lo accusa di parlare troppo. Invitato a partecipare a un dibattito su corruzione, legalità e diritti con l’ex senatore del Pd Giovanni Pellegrino, il magistrato appare sereno. Si dichiara tranquillo. Ribadisce la volontà di andare fino in fondo alle indagini sulla trattativa tra lo Stato e la mafia fra il ’92 e il ‘94.  Riccioli neri, occhiali e barba difende serafico il modus operandi della procura di Palermo. “Con i vertici di Anm e Csm abbiamo avuto qualche divergenza di vedute”, spiega Ingroia. “Da anni c’è un dibattito sull’esposizione mediatica della magistratura e sul diritto del magistrato-cittadino a esprimere la sua opinione in qualsiasi consesso. Io sono radicalmente sbilanciato a favore del pieno diritto di espressione della procura. Però ho la sensazione che in Italia, negli ultimi anni, si viva un’aria più pesante”.

Nelle indagini, che conduce insieme con un pool di magistrati della procura di Palermo, Ingroia si è imbattuto in una serie di ostacoli. Non ultimo il conflitto di attribuzione sollevato dal Quirinale nei confronti della procura. Oggetto del contendere sono le   intercettazioni telefoniche in cui sarebbe coinvolto il presidente della Repubblica. Napolitano vorrebbe che le registrazioni con la sua voce  fossero distrutte prima dell’udienza, fase in cui potrebbero esser raccontate ai giornalisti. E soprattutto pubblicate sui giornali, con conseguente divulgazione delle frasi che il presidente avrebbe pronunciato in una conversazione con l’ex ministro del’Interno, Nicola Mancino. È di due giorni fa la notizia  secondo cui la Consulta starebbe per dar ragione a Napolitano.

“A noi queste intercettazioni irrilevanti interessavano molto poco – dichiara Ingroia -. Proprio per evitare qualsiasi possibile fragore mediatico, dannoso per le indagini, avevamo adottato tutte le cautele consentite dalla legge. L’unica testata giornalistica che ha detto, falsamente, di essere a conoscenza del contenuto delle intercettazioni è Panorama. Ma le cose scritte sul giornale dimostrano che è tutto un bluff”. Nel timore che scoppiasse un caso nazionale, come puntualmente è accaduto, il pool di magistrati aveva inserito le intercettazioni in un fascicolo stralcio. “Non sono mai state depositate, né trascritte. E neppure avevamo urgenza di distruggerle, perché non volevamo depositarle”.

Il tono sommesso, tenuto dalla procura di Palermo di fronte al clamore mediatico suscitato dalla decisione di Napolitano, piace all’ex senatore Giovanni Pellegrino. Per anni presidente della commissione parlamentare Stragi, Pellegrino solleva però un dubbio: perché non dire subito che le intercettazioni erano state depositate in un fascicolo stralcio? “Non potevamo dirlo per ragioni di segreto investigativo”, è la risposta di Ingroia. Secondo entrambi la polemica sull’intercettazione indiretta del presidente ha catturato un po’ troppo l’attenzione dei media. E così la trattativa tra lo Stato e la mafia è passata in secondo piano. In realtà, non è questo l’oggetto vero e proprio delle indagini. L’ipotesi per cui la procura  procede è, infatti, il reato di violenza o minaccia nei confronti di un corpo politico. “Essendo un reato di pericolo – spiega Ingroia – i mafiosi e chi ha permesso, facendo da intermediario istituzionale, che la minaccia arrivasse allo Stato possono essere indagati”. Inoltre “se lo Stato ha trattato, potrebbe configurarsi un reato di tipo ministeriale”.

Le indagini ormai vanno avanti da quasi 15 anni. Ingroia cominciò a occuparsi della vicenda nel ‘96-’97, quando un pentito iniziò a parlare del cosiddetto papello. Dopo anni di archiviazioni per la mancanza di elementi sufficienti, sembra arrivata la svolta: “La richiesta di rinvio a giudizio nasce dalla riapertura di un procedimento archiviato. In due anni – afferma Ingroia - abbiamo acquisito elementi nuovi. Ora pensiamo di poter ottenere una condanna”.

Le accuse nei confronti dei magistrati e la preoccupazione per l’emergere di un populismo giudiziario lo amareggiano. Il crescente peso della magistratura non è, a suo avviso, una forma di invadenza o di protagonismo della categoria, ma un modo per supplire a una classe politica assente. “In 20 anni non è stata costituita una commissione d’inchiesta sulla trattativa tra lo Stato e la mafia - dichiara Ingroia – Io credo che la magistratura avrebbe mantenuto il suo ruolo se non vi fosse stato da colmare il vuoto lasciato dalla politica”.  

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8 settembre 2012 6 08 /09 /settembre /2012 17:46
“I grandi giornali hanno scordato l’Italia del coraggio”. Il giornalista Luca Telese, pronto per l’avventura di Pubblico, ne è convinto. È a questa parte d’Italia dimenticata o messa in secondo piano che il nuovo quotidiano, in uscita il 18 settembre, si propone di dar voce. “C’è un Paese che è stato aggredito dalla crisi, si è trovato nel mezzo di una guerra. E le persone che si sono trovate in questa guerra, alcune sono state schiacciate, altre sono in stato di difficoltà. I grandi giornali, in questo momento, ne parlano pochissimo. Magari s’innamorano dei discorsi sullo spread, sui debiti, che sono importanti, è vero. Così facendo, però, hanno lasciato indietro l’Italia delle persone che si sono trovate nella crisi e sono riuscite a reagire senza essere sostenute da un partito o da una lobby”.

Oltre a questo, per quale altro motivo ha sentito l’esigenza di fondare un nuovo giornale?
“Un altro motivo è che c’è una grande crisi, non solo economica, ma anche politica. È la fine della seconda Repubblica inaugurata dalla vittoria di Berlusconi nel ’94 e, in questo cambio di sistema, c’è bisogno di ricostruire. Ma, per ricostruire, non ci si può limitare a distruggere. Mi riferisco a giornali di successo, anche ai giornali da cui noi proveniamo, dove hanno l’ossessione di distruggere. Noi abbiamo l’ossessione di fare il nostro lavoro di cani da guardia, ma anche di ricostruire. Vogliamo trovare l’inventario delle intelligenze, dei talenti, delle nuove soluzioni”.

Ha dichiarato che Il Fatto non è passato dalla protesta alla proposta: secondo lei il giornalista ha anche il compito di fare proposte?
“Assolutamente sì, nel senso che la scelta di racconto che un giornalista fa è in sé una proposta. Ti faccio un esempio: racconto la storia della Carbosulcis, in cui i minatori sono scesi nella miniera perché sostengono il progetto di raccolta dell’anidride carbonica. Se faccio il cronista, posso fermarmi qua. Se faccio bene il mio lavoro, posso chiedere: “Ma dov’è stato realizzato questo in Europa, esiste da qualche parte un progetto simile, è sostenibile?”. Poi scopri che è un progetto pilota, finanziato in sei Paesi e che in Olanda l’hanno fatto. Nel momento stesso in cui verifico la credibilità o la non credibilità di un progetto, io sto sostenendo un’alternativa, una possibilità. Lo faccio con strumenti giornalistici, ma evidentemente lo faccio. Se uno dice: “No, questa cosa fa schifo, è una miniera in perdita, costerà 200.000 euro a persona”, cosa che magari afferma qualcuno del governo, sto chiudendo la porta. Se invece cerco di capire come, dove e perché potrebbe funzionare, e a questo dedico spazio, sto costruendo”.

Chi finanzierà il giornale?
“Il giornale è finanziato alla luce del sole da tre soci che hanno messo 100.000 euro di capitale. Uno di questi sono io, l’altro è Tommaso Tessarolo e il terzo è un avvocato di Bologna, che si chiama Maurizio Feverati. Poi c’è una Srl composta di diversi soci, che hanno quote più piccole. Infine, circa 100.000 euro sono in mano a giornalisti di Pubblico. La quota più piccola ce l’ha Federico Mello, che possiede l’1% del giornale: è il direttore del sito web, un trentenne che ha speso 10.000 euro e si è preso l’1%”.

Lei ha detto che Pubblico darà spazio ai giovani: in che modo?
“Intanto noi vogliamo raccontare la generazione perduta, la generazione precarizzata, la generazione fatta a pezzi dalla modernità con la scusa che era inevitabile. Ad esempio, avremo un ciclo, una rubrica sui giovani della legione straniera, che sono dovuti andare all’estero. In secondo luogo siamo un giornale giovane, perché l’età media della redazione è 35 anni. Infine, siamo un giornale che raccoglie collaborazioni di persone anche giovanissime: le stiamo mettendo alla prova e poi vedremo che succede”.

Quali saranno le altre novità di Pubblico rispetto al resto dei giornali?
“Ci sono quattro inserti: l’inserto satirico che si chiama Ianez, uno per bambini che si chiama Pupù, uno culturale che si chiama Orwell e uno sportivo che si chiama Socrates”.

Il quotidiano sarà cartaceo, però esiste anche il sito internet. Avete intenzione di puntare più sul cartaceo o sull’online?
“Intanto è un giornale che lavora in sinergia e, in secondo luogo, è un giornale in cui il cartaceo e internet saranno complementari. Svolgono funzioni diverse. Forse sarà il primo sito online che darà molte più opinioni degli altri, che sono siti di flusso e danno soprattutto informazioni”.

Cosa ne pensa del giornalismo italiano: non crede che, troppo spesso, si avvicini alla propaganda?
“Sarò un po’ controcorrente, ma a me sembra spesso meglio o più avvincente, come narrazione, di tanti altri giornalismi europei. Quello francese mi sembra più arretrato del nostro, quello inglese mi sembra o troppo popolare o troppo aristocratico. È vero, però, che il giornalismo italiano è spesso avvelenato da logiche di conflitto di interesse o logiche di appartenenza e, in alcuni casi, da una lingua senza scrupoli, molto violenta”.

 

Da Il Post Viola

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30 agosto 2012 4 30 /08 /agosto /2012 00:17

In viaggio con Maher nella Siria liberata dai ribelli, tra bombardamenti, distruzione e morte. Mentre i profughi si accalcano lungo il confine con la Turchia, chi sceglie di restare vive nel terrore delle bombe del regime. Ma il futuro riparte da qui. E da due progetti: aiutare gli orfani e ricostruire le case

 

“ERA LA PRIMA VOLTA che tornavo in Siria da due anni. Ho pianto di felicità da quanto mi manca la mia patria. Però solo per qualche minuto: poi mi sono reso conto che dovevamo spostarci dal punto in cui eravamo perché era abbastanza pericoloso”.

Maher è un ragazzo siriano di 28 anni. Studia ingegneria meccanica in una città del nord Italia. Non mi dice il suo vero cognome, so solo che online si fa chiamare “Maher Battagliero”. È partito a fine luglio con due giornalisti alla volta della Siria ed è rientrato intorno a metà agosto. Ma già vorrebbe tornare là: l’amore per la sua terra è troppo grande.

I famigliari sono rimasti in Siria: la madre, il padre, i fratelli. Sono originari di Hayan, un villaggio in periferia di Aleppo. I maschi della famiglia fanno parte di uno dei gruppi di ribelli che combattono nella zona. “Sei arrivato in Siria passando per la Turchia?”, gli chiedo. “Siamo entrati illegalmente, ma meglio partire direttamente dall’arrivo in Siria: non si parla di quelle strade”. Ha paura, preferisce essere prudente, non vuole che si sappia in giro in che modo si entra nel Paese.

Per uno straniero recarsi lì da solo è difficile: lo fermano ai posti di blocco dell’Esercito siriano libero (Esl), deve spiegare qual è il suo lavoro, perché sta andando in Siria. “Non gli fanno niente, però lo cacciano, perché c’è molta paura degli informatori e delle spie del regime. È necessario essere con una persona di fiducia”.

La prima città siriana in cui Maher e i giornalisti arrivano è A’zaz, vicino al confine con la Turchia. “Mio padre, informato dai cugini del mio arrivo, viene a prenderci con uno dei miei fratelli”. È notte, tra le undici e le dodici. Salgono in macchina, percorrono una zona buia: non c’è elettricità, l’unica fonte d’illuminazione è data dai fari dell’auto. Tutt’intorno, rischiarate dalla debole luce degli anabbaglianti, case e alberi di pistacchio e ulivo.

L’auto corre ad alta velocità, attraversando le stradine della zona: “Sono molto strette, ci può passare solo una macchina alla volta e in un’unica direzione”. Pigiano sull’acceleratore per arrivare il prima possibile: la paura che da un momento all’altro possa iniziare un bombardamento è forte. “La zona a nord di Aleppo è già stata liberata – mi spiega Maher -, ma i bombardamenti continuano”.

Sulla terraferma non si vede nemmeno un soldato di Bashar. Chi è restato teme soprattutto gli aerei militari, gli elicotteri e l’artiglieria. “Ci imbattiamo in un posto di blocco dell’Esercito siriano libero. Ci chiedono solo di dove siamo. Gli rispondiamo ‘del paese di Hayan’. Ci salutano con rispetto”.

Finalmente Maher arriva a destinazione. Il paese è quasi deserto: la maggioranza delle persone è scappata. “Hayan ha tra i 20 e i 25 mila abitanti, ma sono rimaste meno di 20 persone. Impossibile contarle con esattezza, perché al nostro arrivo alcune sono nascoste dentro casa”. Ormai è al sicuro e la stanchezza si fa sentire: decide di andare a dormire.

Nella zona i bombardamenti sono il pane quotidiano: non c’è una strada sulla quale non siano cadute due o tre bombe. “Di solito iniziano verso le otto o le nove di sera e durano fino alle quattro del mattino”. Il giorno dopo l’arrivo preparano l’iftar, il pasto che alla sera rompe il digiuno del Ramadan.

All’improvviso sentono un colpo in lontananza: viene dalle basi vicino ad Aleppo. “Un colpo molto debole. Significa che i bombardamenti stanno iniziando”. Aspettano qualche secondo: “Se la bomba cade dentro il paese vuol dire che hanno intenzione di bombardare qui, se invece cade lontano il bombardamento sarà altrove”. Per questa volta gli va bene.

Quando il bombardamento avviene dentro Hayan, la gente scappa via, con l’auto o con qualsiasi altro mezzo. Il rischio di essere colpiti è elevato. Ma c’è un vantaggio ad allontanarsi dalle case: “Quando le bombe cadono sulle strade danneggiano di più, perché l’asfalto si sgretola in mille pietruzze, molto pericolose per le persone. Quando cadono sulla terra, invece, il danno è minore”.

In alcuni casi scappare è praticamente impossibile: “Se le bombe sono tante e ci colgono alla sprovvista, restiamo in casa”. È meglio rifugiarsi negli edifici a più piani, perché proteggono meglio. Ma nei paesi di campagna come Hayan la maggior parte delle case è a un piano: “Qui una bomba che cade su una casa significa la morte subito”. Maher mi mostra una foto: un’abitazione con un buco di quasi un metro di diametro sul tetto e una macchina completamente distrutta. Segno che lì è caduta una bomba.

Nonostante la paura, le persone cercano di vivere normalmente. Hanno ancora la forza di scherzare. Anzi, è l’istinto di sopravvivenza che le spinge a ridere e divertirsi. “La gente ha una grande forza interiore. A volte, per esempio, si scherza su qualcuno scappato in modo un po’ buffo”.

Neanche Maher si dà per vinto. Nonostante le difficoltà, decide di portare a termine due delle tante cose che è andato a fare lì: compilare una lista degli orfani dei martiri della rivoluzione e fare una stima delle case danneggiate dal regime. Il primo progetto è una collaborazione con Aya Homsi, attivista italo-siriana e simbolo delle seconde generazioni di siriani in Italia.

“Quando Aya mi ha parlato dell’intenzione di creare una rete d’adozione a distanza degli orfani siriani, ho pensato di compilare una lista aggiornata per tutte le associazioni interessate. Molte vorrebbero aiutare, ma non sanno come, non hanno i dati, il numero reale degli orfani”.

Maher decide di appoggiarsi a una rete di attivisti in loco. “Attivisti dei media”, li chiama lui. Sono i più informati su quello che accade nell’area: “Quando succede qualcosa, quando viene bombardata una zona, c’è una persona che fa arrivare la notizia a una Skype camera o a una Skype room di un altro attivista all’estero. È un lavoro di collaborazione tra siriani dentro e fuori dallo Stato. Quelli all’estero si occupano di scrivere le notizie nella lingua dei giornali”.

Skype è lo strumento più utilizzato, benché sia bloccato dal server dello Stato. Ci vuole un programma per bypassare il blocco del servizio ma, a parte questo, è il mezzo più sicuro. Altre volte gli attivisti usano Facebook. Quando la rete internet è bloccata, ricorrono al telefono.

Molti di loro non capivano niente di nuove tecnologie: “I ragazzi che vivono nelle campagne di Aleppo non sono come quelli delle città. Non conoscono tutti i software o i social network. Li abbiamo aiutati, insegnando loro come si carica un video su YouTube, come ci si mette in contatto con le persone all’estero”.

I centri degli attivisti gli forniscono i primi dati sui martiri. Determinare il numero esatto degli orfani, però, si rivela più difficile del previsto, perché molte famiglie sono scappate. Maher fa una ricognizione della zona delle campagne di Aleppo: bussa di porta in porta, parla con la gente che incontra per strada, nella speranza che qualcuno ricordi quali famiglie sono andate via.

Mi mostra una tabella: sono indicate le informazioni su ciascun orfano, l’indirizzo, la situazione scolastica, le condizioni di salute, ma soprattutto di quanti soldi al mese ha bisogno. Per ogni zona c’è un responsabile con il compito di far arrivare i sussidi.

Nel suo soggiorno in Siria, Maher porta a termine un altro compito: fare una stima dei danni alle case e definire quanto denaro è necessario per ricostruirle. “Quasi il 65 per cento delle case di Hayan è distrutto o danneggiato. La maggior parte è bruciata, in quasi tutte si vedono i segni delle bombe”.

Non è rimasta nemmeno la farmacia: “L’unica del paese è completamente distrutta e in modo molto strano. Non so cos’abbia fatto contro le forze di Assad per esser ridotta così, ma è rimasto solo il cartello stradale con la scritta ‘Farmacia’”. Nella zona a nord di Aleppo le medicine scarseggiano, le cliniche sono concentrate nei paesi in cui i bombardamenti sono più rari. Anche i medici sono pochi: “Ne ho incontrato solo uno e doveva occuparsi di un’area molto vasta”.

Nelle case ancora abitabili mancano l’acqua e l’elettricità: la vita è scomoda. “Per comprare il cibo si può andare in alcuni paesi più al nord, dove fanno una sorta di mercato”. A volte c’è chi chiede da mangiare agli altri, ma “per alcuni è addirittura difficile chiedere una mano”.

Maher si imbatte nel padre di due martiri. L’uomo gli racconta la storia di uno dei figli, un comandante di un gruppo dell’Esercito siriano libero, soprannominato “il sergente tigre”. “Il suo vero nome era Alaa Mansur Oso. Ha combattuto nella zona a nord di Aleppo. Era un uomo forte e soprattutto credeva sinceramente nella sua causa”.

Ormai sono passate due settimane. I giornalisti che Maher ha fatto entrare in Siria sono già andati via. Anche per lui è tempo di saluti. Ripercorre a ritroso la strada fatta per arrivare in patria. Questa volta, però, deve fermarsi per un paio d’ore lungo il confine perché “c’è tensione a causa del gran numero di profughi in fuga dal Paese”. Alla fine riesce ad arrivare in Italia. È qui che lo conosco.

Maher, oltre a compilare le liste, ha fatto altre cose. Quali siano non può dirlo. Quando gli chiedo se abbia preso parte ai combattimenti, nicchia: “Mmmm, di solito non si raccontano queste cose, specialmente in Europa”.

Mi conferma di aver assistito a un’esecuzione: lui dice nel mese di luglio. Probabilmente questa non è la prima volta che torna a casa da due anni a questa parte. “Quindi non puoi dirmi se hai veramente partecipato ai combattimenti?”. “ No. Dopo la caduta del regime potrò spiegarti meglio”.

 

Da The Post Internazionale

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26 agosto 2012 7 26 /08 /agosto /2012 18:31

PIERCE O’FARRILL ha 28 anni. Lavora per la Denver Rescue Mission. È seduto nella terza fila di un cinema di Aurora, alla prima dell’ultimo capitolo della saga di Batman. Non immagina che di lì a poco un uomo con addosso una corazza e una maschera anti-gas gli sparerà addosso.

James Holmes, lo studente di 24 anni che ha fatto fuoco alla cieca contro il pubblico presente in sala, lo ha colpito tre volte. Due al piede sinistro, con un fucile a pompa e un fucile d’assalto AR-15, una al braccio con una pistola.

Pierce è uno dei sopravvissuti alla strage di Denver. È profondamente religioso. Ha dichiarato ai giornali locali che, se dovesse incontrare Holmes, lo perdonerebbe e poi pregherebbe per lui.

Bonnie Kate Pourciau ha 18 anni, sta tornando a casa in Lousiana, quando decide di fermarsi in un cinema di Aurora, per assistere alla prima del film. Ma la sosta le costa cara: l’assassino la ferisce a una gamba. Ora è su un letto, nell’ospedale dell’Università del Colorado.

Sorride ai fotografi: ce l’ha fatta, è una dei sopravvissuti. Accanto a lei c’è Pierce. Si sono conosciuti nella sala d’attesa del pronto soccorso, mentre aspettavano di essere portati in sala operatoria. La loro immagine sorridente campeggia sulle pagine del Denver Post, quotidiano locale. L’incubo è finito.

Pierce e Bonnie hanno vissuto attimi di paura e dolore, ma sono stati fortunati. James Holmes ha ucciso 12 persone e ne ha ferito 59. Tra le vittime c’è anche Jessica Redfield, una giornalista che a giugno si era salvata da un’altra sparatoria.

Quando Holmes entra nel cinema ha con sé occhiali per la visione notturna, un giubbotto antiproiettile, bombe fumogene, una pistola Glock .40, una pistola Smith & Wesson .223, un fucile a pompa Remington 870 e un fucile d’assalto AR 15.

Gli spettatori all’inizio pensano che gli spari e il fumo siano effetti speciali del film. Solo in un secondo momento, quando sentono i proiettili entrare nella carne, capiscono. Molti cercano una via di fuga carponi, altri si accasciano al suolo e si mettono in posizione fetale, con le mani dietro la nuca per proteggersi. Qualcuno urla, qualcuno sputa sangue dalla bocca. Scene da film, ma è la realtà.

L’America non è nuova a veglie funebri. È il 20 aprile del 1999 quando due studenti della Columbine High School, Eric Harris e Dylan Klebold, si introducono nell’edificio armati e aprono il fuoco su compagni e insegnanti. Muoiono 12 studenti e un professore. I feriti sono 24. I due autori del massacro si suicidano.

Otto anni dopo, il 16 aprile del 2007, al Virginia Polytechnic Institute di Blacksburg, avviene di peggio. Uno studente sudcoreano, Cho Seung-hui, firma il peggiore massacro scolastico nella storia degli Stati Uniti dopo il disastro della Bath School del 1927. Cho, che vive all’interno del campus e frequenta l’ultimo anno della facoltà di inglese, uccide 32 persone. Poi si spara.

Ma l’elenco delle stragi non finisce qui: il 14 febbraio del 2008 l’America piange sei morti e 21 feriti alla Northern Illinois University. L’otto gennaio 2011 a Tucson, in Arizona, la deputata Gabrielle Gifford è oggetto di un attentato. Quel giorno muoiono sei persone, quattordici restano ferite.

Secondo dati del rapporto annuale dell’Atf (Bureau of Alcohol, Tobacco, Firearms and Explosives) nel 2010 negli Stati Uniti sono state fabbricate 5.459.240 armi da fuoco. Di queste, almeno 241.977 sono state esportate. Sempre nel 2010 le armi da fuoco importate erano 2.839.947. Nel 2011, invece, ammontavano a 3.252.404: un significativo aumento.

A marzo del 2012 le armi registrate ufficialmente erano in totale 3.184.804. Secondo il Centro federale per la concessione di licenze per le armi da fuoco, nel 2011 sono state concesse 123.587 licenze. E non finisce qui, perché questi dati non tengono conto del traffico “sommerso” e quindi di tutte quelle persone che detengono armi illegalmente.

Le armi in mano a privati sono tante. In base ai dati dello Small Arms Survey, pubblicati a fine 2007 sul Washington Post, gli Stati Uniti sono al primo posto nella classifica mondiale, con 90 armi da fuoco ogni cento abitanti. Superano perfino lo Yemen, dove da anni è in corso una sanguinosa guerra civile.

Lo Small Arms Survey è un progetto che si occupa di indagare sulla diffusione delle armi da fuoco nel mondo. La ricerca è condotta sotto la supervisione dell’Istituto di Alti Studi Internazionali e dello Sviluppo di Ginevra.

Le leggi che regolano la concessione delle licenze variano da uno Stato all’altro. Possono essere più o meno restrittive. In Colorado, in particolare, l’acquisto di armi da fuoco è vietato alle persone con precedenti penali o con una storia di disturbi mentali. Benché dopo la tragedia alla Columbine lo Stato abbia imposto alcune restrizioni, le leggi locali continuano a impedire  alle autorità di limitare il possesso d’armi. Una vittoria, questa, per la potente lobby delle armi, che ha condotto una lotta senza quartiere.

A marzo 2012, ad esempio, la Corte Suprema del Colorado ha abolito il divieto di portare armi all’università. In Colorado ottenere il porto d’armi è facile. Il “Mountain State” è infatti uno dei 38 “shall issue states”. Qui chi fa domanda, se in possesso di tutti i requisiti necessari, non può vedersi negare il diritto al porto d’armi: è sufficiente riempire un modulo online e pagare poche centinaia di dollari.

Alla base di tutto c’è il secondo emendamento della Costituzione statunitense, che garantisce il diritto al porto d’armi. Un diritto considerato sacro. Che la maggioranza degli americani non vuole mettere in discussione. Nell’ultimo sondaggio Gallup (2011), il 53 per cento degli intervistati si è detto “contrario a norme più restrittive sulla vendita e il possesso delle armi, incluse quelle automatiche e da guerra”.

La strage di Aurora ha rafforzato quella convinzione: dopo la carneficina c’è stato un boom delle vendite di armi. Ma perché per gran parte degli americani il secondo emendamento è  intoccabile?

“Il secondo emendamento viene malinteso: si trascura la prima parte che parla molto chiaramente di una milizia. E questo si riferiva al fatto che ai cittadini serviva poter formare una milizia per resistere agli inglesi”, spiega Wolfgang Achtner, giornalista televisivo americano che ha lavorato per Cnn, Abc e Press TV.

“Volutamente elementi della destra politica, ma soprattutto della National Rifle Association (Nra), una lobby potentissima che rappresenta gli interessi dei produttori di armi, evitano di citare la prima parte dell’emendamento. Questa renderebbe chiara l’idea che avevano i padri fondatori: loro non intendevano autorizzare una manica di persone a correre in giro armate per proprio divertimento o nessun altro motivo.”

“In parte, poi, – continua Achtner – c’è una componente storico-culturale, che è legata all’idea della conquista del West. Quindi della pistola e dell’uomo che si fa strada da sé, si fa giustizia, ma che è anche costretto a difendersi”. Le tattiche della Nra hanno contribuito alla crescita dell’industria delle armi. Secondo la Fondazione nazionale degli sport da tiro, tra il 2008 e il 2011 i lavori in aziende che fabbricano, distribuiscono e vendono armi da fuoco e munizioni sono cresciuti del 30 per cento.

La Fondazione stima che l’impatto economico diretto dell’industria delle armi sia raddoppiato, fino ad arrivare a 13,6 miliardi di dollari. Secondo Bloomberg, infine, la Nra ha concluso il 2011 confermandosi come “una macchina di pressioni politiche, commerciali e di marketing che porta con sé più di 200 milioni di dollari all’anno”.

Barack Obama, a meno di cento giorni dal voto, ha aperto a una revisione della legge in materia di armi. Lo ha fatto a New Orleans, durante una convention. Ha detto di voler portare il dibattito nel Congresso degli Stati Uniti. “Il suo è stato un tentativo molto timido – dice Achtner -. Questo è un argomento che, nella campagna elettorale, finora, non è emerso, perché nessuno vuole stuzzicare la Nra. Sanno che, finora, chi l’ha fatto ha perso”.

“Obama ha un sacco di gatte da pelare – continua Achtner – e preferisce ignorare un tema che potrebbe favorire il suo avversario. Naturalmente il presidente ha visto un’opportunità, ma la maniera in cui l’ha afferrata e ne ha parlato è molto parziale”.

Da The Post Internazionale

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18 luglio 2012 3 18 /07 /luglio /2012 00:00

Una riflessione, un racconto sulla Siria, misto a nostalgia, ricordi e speranza per un futuro migliore. E insieme un appello all’Europa, che della Siria sembra essersi dimenticata. All’auditorium San Fedele di Milano, l’Associazione dei siriani liberi in Italia, in collaborazione con il mensile Popoli, ha organizzato un incontro per parlare di quello che sta succedendo in Siria. Un dibattito moderato dal sociologo Khaled Fouad Allam e al quale hanno preso parte padre Paolo Dall’Oglio, la scrittrice Rasha Omran, Massimo Cacciari, il presidente della Comunità islamica del Trentino Alto Adige, Aboulkheir Breigheche, e George Sabra, portavoce del Consiglio nazionale siriano. Una serata a tratti commovente, che ha visto la partecipazione di almeno 700 persone: c’era una folta rappresentanza della comunità italo-siriana, ma anche tanti italiani solidali con la causa della Siria. Un incontro che ha avuto un’altra protagonista inconsapevole: l’Europa. “Europa, dove sei?”, ha chiesto Allam riferendosi al silenzio delle istituzioni europee e italiane sul dramma che si sta consumando in Siria.

All’interrogativo sollevato da Allam ha risposto il filosofo Massimo Cacciari, che ha fornito una chiave di lettura dell’assenza dell’Europa. “Io penso che la situazione sia tragica perché l’Occidente e l’Europa hanno perso i rapporti storici, culturali e umani con il mondo arabo e mediorientale – ha detto Cacciari -. L’Europa ha perso la sua faccia mediterranea e ormai vive il mediterraneo come un confine, un pericolo, una barriera”, ha spiegato. E ha poi polemizzato sull’assenza e sul silenzio delle istituzioni: “Qui ci dovrebbe essere un responsabile della Commissione europea, del Consiglio d’Europa. Qui dovrebbe esserci il presidente del Consiglio, non io”. Cacciari ha affermato che l’Europa dovrebbe avere un ruolo centrale e cogliere l’occasione che le si è presentata di aiutare i processi di democratizzazione nei paesi arabi. Una posizione forte dell’Europa potrebbe, a suo avviso, abbattere le posizioni di Russia e Cina, evitando di ritardare ancora di più la fine della guerra. “Il vostro silenzio ci uccide”, recitano alcuni cartelli appesi in sala: anche la comunità dei siriani liberi in Italia chiede a gran voce aiuto alle potenze occidentali e, in particolar modo, all’Europa.

Altro punto su cui si è insistito molto durante la serata è stato l’unità del popolo siriano. “Quello che avviene in Siria da quattordici, quindici mesi è una rivolta popolare. Non è la rivolta di una casta, non è la rivolta di una comunità in particolare”, ha detto la scrittrice di fede alawita, Omran. Gli alawiti rappresentano circa il 10% della popolazione siriana, quindi non sono la comunità più numerosa. Eppure Omran si è schierata con i ribelli. “Purtroppo il lavoro del regime siriano durante tutti questi anni ha lasciato il suo segno, facendo credere che la comunità alawita in Siria sostenga il regime. Invece noi sappiamo, e tutti in Siria possono testimoniarlo, che tutte le comunità hanno partecipato a questa rivolta”, ha spiegato Omran.

Alcune delle testimonianze più toccanti del massacro siriano le ha raccolte padre Paolo Dall’Oglio, gesuita fondatore, nel 1982, della Comunitá-monastero di Deir Mar Musa. Paolo Dall’Oglio è in esilio, cacciato dalla Siria proprio dal regime di Bashar al-Assad. Il suo ruolo di ponte nel dialogo tra religioni diverse lo ha messo in pericolo di vita e per questo il Vaticano gli ha chiesto di allontanarsi dalla sua amata Siria. “Ero su un camioncino dell’Esercito libero, portavamo a casa per il funerale uno dei tredici operai uccisi ad Albaida. Gli avevano sparato in faccia. Tornavano a casa inermi, dopo il lavoro, uccisi dalle milizie”, ha raccontato. E questo è stato solo uno degli episodi a cui ha assistito di persona nella Siria martoriata dalla guerra. In quella terra spesso anche le chiese hanno paura ad aprire le porte per offrire rifugio agli uomini che combattono per la libertà.

Sul silenzio del mondo cosiddetto democratico e civile ha battuto anche Bregheche, in esilio dal 1973 a causa delle sue idee politiche. “Già negli anni Ottanta abbiamo assistito ad altri crimini e altri massacri, come quello della città di Hama, con trentamila morti: una città, con le sue moschee e chiese, distrutta. Il mondo guardava in silenzio e distribuiva onorificenze, addirittura, a questo criminale e a sua moglie”. Bregheche ha inoltre voluto sottolineare con forza, ancora una volta, l’unità del popolo siriano contro il regime, sintetizzata da uno dei motti della rivoluzione: “Wahid, wahid, wahid, ash-sha’b as-sury wahid”, (“Uno, uno, uno, il popolo siriano è uno”). “Quello che sta accadendo in Siria non è una guerra tra le varie appartenenze religiose, non è una guerra civile, come qualcuno la vuol chiamare. Ma è una guerra del regime criminale contro il suo popolo”.

Gli ha fatto eco Sabra, il quale ha anche espresso la sua preoccupazione per il dolore che ha trafitto il cuore del suo popolo in tutto questo tempo. Un dolore che le cronache dei giornali e delle televisioni hanno potuto mostrare solo in parte. “Tutto quello che siamo riusciti a vedere o sentire sulle azioni del regime siriano, purtroppo, è solo la punta dell’iceberg di tutto quello che verrà fuori dopo la fine di questa rivolta”. Ma, come li ha descritti la scrittrice Omran con una bella immagine, “i siriani sono come l’Araba fenice: ogni mattina puliscono il loro corpo dalla morte e vanno comunque avanti nella loro strada verso la libertà e verso la vita”.

Da Il Post Viola

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13 luglio 2012 5 13 /07 /luglio /2012 22:39

Le divise della squadra olimpica statunitense sono “made in China”. E negli Stati Uniti scoppia la polemica. Ralph Lauren, che veste gli atleti della nazionale, si è avvalso di manodopera cinese a basso costo, scelta che non è stata accolta in maniera positiva. Contro il marchio si sono schierati attivisti dei diritti umani, stilisti e senatori.

“Sono veramente arrabbiato. Penso che il comitato olimpico dovrebbe vergognarsi. Credo che dovrebbero prendere tutte le divise, ammucchiarle, bruciarle e ricominciare tutto da capo”, ha detto alla conferenza sulle tasse tenutasi a Capitol Hill il leader della maggioranza democratica in senato, Harry Reid.

“E’ veramente preoccupante, perché avrebbero potuto fabbricarle qui negli Stati Uniti, a New York o in qualsiasi altra città dove ci siano ancora fabbriche”, ha dichiarato la stilista Nanette Lepore alla Cnn.

Il dibattito si è acceso al Congresso, dove repubblicani e democratici ne hanno discusso giovedì. La scelta di produrre in Cina in un momento di crisi dell’industria tessile americana, con centinaia di persone alla disperata ricerca di un lavoro, è stata giudicata sbagliata da entrambi gli schieramenti.

Steve Israel, democratico membro della Camera dei rappresentanti per lo stato di New York, ha sostenuto che le uniformi potrebbero essere rifatte, sul territorio statunitense, in tempo per le olimpiadi di Londra. “Made in America – ha detto – non è solo un’etichetta, ma una strategia economica”.

Ci si è messa anche un'attrice e attivista dei diritti umani come Mia Farrow, che si è servita di Twitter per chiedere spiegazioni allo stilista: “Per favore, ci diresti perché le uniformi olimpiche degli Usa sono fatte in Cina? Perché non negli Stati Uniti?”. E ne ha approfittato per appoggiare la proposta di Reid: “Bruciatele e rifatele da capo. Che ne dite?”, ha twittato.

Secondo stime ufficiose, la produzione degli abiti in Cina avrebbe sottratto all’economia statunitense circa un miliardo di dollari. Ma globalizzazione significa anche spostare la produzione laddove i costi sono più bassi: “Quando le industrie riescono a esternalizzare la produzione, diventano più competitive. Riescono a fare attenzione ai costi. E se riescono a farlo, possono garantire una migliore qualità, una maggior varietà a prezzi più bassi per i consumatori americani”, ha detto alla CNN Daniel J. Ikenson, del Cato Institute, think tank di orientamento libertarian. In realtà i capi delle divise americane non costano poco. Basti pensare che la cintura da sola ha un prezzo di 85 dollari.

Il comitato olimpico si è però difeso, ricordando che, a differenza della maggior parte delle squadre del mondo, quella americana è finanziata da privati. “E siamo grati del supporto ricevuto dai nostri sponsor”, ha detto il portavoce del comitato olimpico, Patrick Sandusky.

A ben vedere, gli Stati Uniti non sono l’unico Paese le cui divise siano state fabbricate in Cina: anche quelle australiane hanno l’etichetta “made in China”. E nel 2008, per  le olimpiadi di Pechino, era successo lo stesso con quelle canadesi.

Qui sotto il servizio della Cnn:

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12 luglio 2012 4 12 /07 /luglio /2012 16:02

L’Aloe è una pianta miracolosa, d’accordo, ma solo un miracolo potrebbe farvi guadagnare qualcosa con la Forever Living Products. Società americana specializzata in prodotti a base della prodigiosa pianta (almeno secondo gli addetti alla vendita della Forever) cerca sempre nuove reclute attraverso annunci di lavoro online. Le promesse sono tante, ma quali possibilità di guadagno, concretamente,  offre una società fondata sul network marketing?

Mi reco di persona al colloquio di lavoro, voglio vedere esattamente chi sono questi della Forever Living segnalati da una lettrice del mio blog, voglio capire se la proposta è seria. La sede del colloquio è a Milano, in viale Fulvio Testi 25. La saracinesca è ancora abbassata, ma ecco arrivare la persona che mi intervisterà, una giovane donna che dice di chiamarsi Alessandra.

Una volta entrate nel suo ufficio, mi fa accomodare e inizia a porre alcune domande: “Perché vuoi fare questo lavoro? Qual è il tuo sogno?”. Parla talmente velocemente che faccio quasi fatica a capire, la voce è suadente, la tecnica quella del venditore più astuto.

Ma non mi ha ancora completamente ubriacato: un campanello d’allarme suona quando dice che, per iniziare a vendere i loro prodotti, devo prima acquistare. Per quanto intorpidita e stordita dal bombardamento di cifre e percentuali di guadagno sciorinate nel giro di cinque minuti, la frase “devi spendere almeno 60 euro per provare i prodotti, più dieci euro per il materiale” mi fa rinsavire.

Le dico che non ce li ho, allora cambia le carte in tavola e prova a convincermi che bastano i 10 euro del materiale (cartelletta, brochure, ecc.) per iniziare l’attività. Mi fa firmare un foglio per il trattamento dei dati personali, poi mi porta in una stanza piena di prodotti della Forever Living: una specie di supermercato dove c’è, già pronto, un altro membro dell’azienda pronto a battere cassa.

Mi illustra le strabilianti proprietà di ciascun prodotto, dagli integratori fino agli shampoo, tutti a base di aloe vera. Non ho soldi con me, sono lì per fare un colloquio, mica per fare compere. La venditrice rampante vuole comunque convincermi a provare i magnifici prodotti perché “noi non vendiamo. Prima i prodotti vanno provati: se non li usi tu come fai a convincere gli altri a usarli?”.

Me lo chiedo anch’io: come si fa a convincere una persona a comprare un dentifricio che costa 8, dico 8 euro in un periodo di crisi come questo? “Eh, ma provalo. Ti assicuro che basta usarne pochissimo, ti dura tanto e poi ti sbianca i denti in maniera impressionante. Vedi i miei? Io lo uso e sono bianchissimi”. Li guardo bene: sono gialli, da fumatore. I miei sono più bianchi e uso un banale dentifricio preso al supermercato.

Ma il venditore d’assalto ti vuole far vedere quello che non c’è, ti vuole far sognare e c’è chi ci casca. Io no. Arrivata alla cassa dico che sono andata lì per fare un colloquio di lavoro e non per spendere 60 euro. Delusione generale.

Dalla bocca del ragazzo alla cassa sembra uscire un fumetto con la scritta: “Oh, no! Ci è andata male!”. Anche Alessandra è visibilmente nervosa e mi dice: “Io non costringo nessuno”. Poi nega di aver cercato di convincermi che, per iniziare, bastavano solo 10 euro.

In realtà, l’aveva detto eccome e tutto per portarmi fino al supermercato, dove sperava di indurmi a comprare. Si arrampica sugli specchi la ragazza, tanto ci sarà sempre qualche pollo che ci cascherà: in quello stesso giorno ci sono molte altre persone in attesa di fare il colloquio. Più colloqui significa più vendite per loro: di 60 euro in 60 euro guadagnano, poi che le persone reclutate riescano o meno nell’attività poco importa.

Ma vediamo nel dettaglio in cosa consiste il network marketing proposto dalla Forever Living Products: per iniziare bisogna fare un acquisto di 65 euro scontato del 15% . E’ necessario inoltre investire 10 euro per il materiale (cartelletta, brochure, contratti, dvd, schede di vendita, ecc.).

“A norma di legge – mi spiega Alessandra – per poter collaborare con le aziende che operano in ottemperanza della legge 173/2005 è obbligatorio investire sul prodotto”. Le percentuali di guadagno dipendono dal fatturato e sono del 15%-35%-38%-43%-48%. Le percentuali definiscono gli step di carriera e coincidono con lo sconto per acquisti personali del distributore.

Ma, detto tra noi, chi comprerebbe un dentifricio del costo di 8 euro? E per di più senza provarlo? A meno che non siate in grado di vendere frigoriferi agli eschimesi, sarà molto difficile piazzare prodotti che hanno quel prezzo. Ergo, se trovate annunci della Forever Living Products sappiate che, non solo l’aloe non è miracolosa, ma nemmeno il lavoro che vi propone la società farà miracoli per il vostro portafoglio.

 

P. S. Ringrazio la lettrice che ha segnalato il caso e mi ha permesso di andare al colloquio di lavoro al suo posto.

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26 giugno 2012 2 26 /06 /giugno /2012 13:54

A Sassari per un convegno organizzato in occasione dei novant’anni dalla nascita di Berlinguer, Pier Ferdinando Casini ribadisce quanto dichiarato lunedì al Corriere della Sera: l’Udc è disponibile a far parte di un’ampia coalizione di centrosinistra nel dopo Monti. La dichiarazione d’intenti acquista ancora più valore perché pronunciata alla presenza di Massimo D’Alema, invitato anche lui a ricordare il politico sassarese. Alla Camera di commercio di Sassari, intervistati dal direttore dell’Unità Claudio Sardo, i due politici sigillano dunque il patto tra progressisti e moderati.

“In una fase drammatica della vita della nazione dobbiamo mettere da parte le cose che ci dividono e vedere se è possibile fare un progamma essenziale, dalle riforme istituzionali a quelle economiche, per superare il rischio della catastrofe – dice Casini -. Credo che, a quest’appello, non possano sottrarsi le forze della sinistra riformista moderna. Non si può sottrarre nemmeno la componente che fa riferimento al Partito popolare europeo”.

Gli fa eco Massimo D’Alema: “Penso anch’io che quanto detto da Casini, nell’intervista al Corriere della sera e in parte qui, rappresenti una novità importante. Vale a dire la disponibilità a lavorare per quel patto tra progressisti e moderati necessario per assicurare un governo al Paese”.

I due politici ricordano come la collaborazione tra le due forze abbia un precedente in quella stagione politica degli anni ’70 della quale sono stati invitati a parlare a Sassari. E sottolineano la similitudine tra la situazione politico-economica di allora e le circostanze odierne: “Ieri il compromesso storico tra comunisti e democristiani da cosa fu determinato? Da una crisi economica senza precedenti – spiega Casini -. Su questo versante due partiti, uno all’opposizione, uno in maggioranza, sentono la necessità di fare un patto a difesa della democrazia e della Repubblica”. Come allora, anche oggi l’alleanza tra progressisti e moderati sarebbe quindi necessaria per far ripartire il Paese. Ed è con questa motivazione che l’Udc apre al Pd.

D’Alema approfitta del convegno non solo per parlare di Berlinguer, con il quale ebbe l’opportunità di collaborare, ma anche per ricordare il patrimonio di valori che la sinistra e il mondo cattolico hanno in comune: “L’idea berlingueriana di austerità come concezione sobria della vita, la sua polemica anticonsumistica fu una polemica molto vicina a temi propri della tradizione religiosa. Nell’idea del compromesso storico c’era certo la salvezza del Paese, la difesa della democrazia, la realizzazione di un progetto di governo, ma c’era anche l’idea di un incontro con i cattolici su un terreno di valori condivisi”.

Non manca, nel suo discorso, una punta di nostalgia per la Prima repubblica, per il rigore e la serietà dei suoi protagonisti, Berlinguer in testa: “L’uomo viveva la politica con un’integrità, con un’intensità di convinzioni, con un’autenticità che le persone percepivano. Era un uomo che sentiva profondamente ciò che diceva e ciò che faceva. Questa è una qualità veramente rara ed è, secondo me, una cosa che ne ha marcato la grandezza”.

Rimpiange meno il passato, ma è comunque d’accordo con lui, Pier Ferdinando Casini: “Io non so se identificarmi o meno tra i nostalgici, però so una cosa: le grandi personalità della Prima repubblica sono di ben altra statura morale e politica rispetto ai protagonisti di oggi. E’ chiaro che c’è nostalgia della loro capacità di servire il Paese e di servire la propria causa politica, fermandosi laddove il baratro rischiava di sommergere tutto”.

Di quelle personalità fa parte anche il presidente della Repubblica, che Casini difende a spada tratta: “Se voi vedete bene chi funziona oggi nella democrazia italiana, uno dei pochi che funziona è Giorgio Napolitano. Non sarà un caso che venga dalla Prima repubblica”.

Totale il sostegno dei due politici al governo Monti, il quale, ribadiscono, deve arrivare alla scadenza ordinaria. Ma è necessario pensare già da ora al futuro: “Io credo che il governo Monti non debba finire o debba finire solo al termine di questa legislatura, ma dovremmo trovare il modo di continuare una collaborazione tra forze diverse – dice Casini -. Ognuno di noi è orgoglioso della sua storia, ma arrivano momenti in cui è necessario mettere da parte l’orgogliosa rivendicazione delle proprie identità o delle proprie radici e c’è il bisogno di collaborare per il bene del Paese”.

Costruire il futuro insieme, dunque, rispettando l’avversario politico e senza rinnegare il passato. Ma, soprattutto, lottare contro i populismi: “L’idea che si possa ricostruire la democrazia in Italia sull’imitazione della democrazia americana è priva di fondamento – dice D’Alema -. Senza le radici storiche, senza la capacità di ricollegarsi alla parte migliore della tradizione democratica del Paese, non c’è futuro. Il rischio è che la politica si riduca a populismo”.

Lo sostiene anche Casini, che attacca sia Grillo, sia Berlusconi: “Oggi, da tutte le parti dello schieramento politico, c’è un populismo che cerca di farsi vivo cavalcando gli stessi temi: l’euro, l’insofferenza verso l’Europa, l’insofferenza verso la Germania. Come se l’insofferenza verso l’Europa e verso la Germania non fossero figlie dei ritardi che questo Paese ha registrato proprio perché, per anni, si è cullato nella logica del tutto va bene e del qualcuno penserà ai problemi nostri”.

Il rifiuto del grillismo è totale: “Sento riecheggiare oggi, come se non fosse successo nulla, gli stessi slogan di cui il Paese si innamorò vent’anni fa – dice D’Alema -. Se ascoltate su Internet i discorsi di Beppe Grillo e chiudete gli occhi pensate al primo Bossi, quello che diceva “Roma è ladrona, i politici vanno processati”. Abbiamo visto com’è andata a finire: l’antipolitica, quando poi è diventata potere della politica, ne ha riprodotto tutti i peggiori difetti e nessuna delle virtù. Non si conoscono esperienze democratiche senza partiti. Siamo in attesa che qualcuno le inventi”.

E prosegue con l’attacco al grillismo: “Un amico che si occupa di questioni finanziarie mi spiegava un fatto: se il gestore di un grande fondo pensioni americano vedesse nei sondaggi che il secondo partito italiano teorizza di uscire dall’euro e di non ripagare il debito pubblico, prima di investire un dollaro nel nostro Paese ci penserebbe tre volte”.

D’Alema insiste sulla necessità di mettere in guardia gli elettori dal ripetere gli stessi errori di vent’anni fa. “Occorre quella che io definirei una svolta a sinistra nella politica italiana ed europea: un governo imperniato sulla forza del centrosinistra, ma su un centrosinistra che va oltre i suoi confini e costruisce con forze moderate. D’altronde sono quelle stesse forze che con Berlusconi hanno rotto, opponendosi a lui in questi anni”.

Il ruolo del centrosinistra nel futuro dell’Italia e dell’Europa è, per D’Alema, imprescindibile: “Da dove viene la speranza, dalla tecnica o dal fatto che Hollande ha vinto le elezioni in Francia, spazzando via il governo conservatore? In Europa sembra esserci un nuovo corso, cerchiamo di non perdere l’occasione di essere parte di questa nuova possibilità”.

Da Il Post Viola

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19 giugno 2012 2 19 /06 /giugno /2012 15:37

Bodybuilders contro geek. Lo scontro, date le diverse caratteristiche dei protagonisti, ha del surreale. Ma la realtà, si sa, supera sempre la fantasia. Almeno stando a quanto racconta il New York Times. Il braccio di ferro tra gli ipervinaminizzati atleti e i geek nasce dai piani di espansione di Google a Venice, distretto di Los Angeles. Piani che potrebbero includere l’edificio in cui ha sede la Gold’s Gym, simbolo del bodybuilding di Venice, se non del mondo intero. Già a novembre, un vero e proprio esercito di dipendenti di Google si era trasferito in due fabbricati di oltre 9.000 metri quadrati. Ora l’azienda starebbe trattando per prendere in affitto un altro edificio, anch’esso di oltre 9.000 metri quadrati. Ed è proprio il palazzo che ospita la leggendaria Gold’s Gym.

“Google sta arrivando! Spazzerà via il nostro bodybuilding”, urlano preoccupati gli atleti all’ex governatore della California Arnold Schwarzenegger, che iniziò la sua carriera come bodybuilder proprio qui, 44 anni fa. Se così fosse, sarebbe la vendetta dei nerd, dei secchioni vessati alle scuole superiori proprio dai compagni più atletici e popolari. Un tempo rinchiusi negli armadietti e presi di mira, ora sul tetto del mondo. Ma Google smentisce: non avrebbe alcuna intenzione di rilevare la famosa palestra.

Le rassicurazioni non mettono a tacere le preoccupazioni dei bodybuilders. Le persone iniziano a parlare di Silicon beach e temono di dover dire addio alla Venice dei film, del surf e dei muscoli. Molti temono che Google voglia tirare a lucido il posto, privandolo dello spirito hippie, alimentato dalla presenza di tatuatori, Hare Krishna, senzatetto, spacciatori e via dicendo. Schwarzenegger getta acqua sul fuoco e definisce le voci che circolano su Google infondate ed eccessive. Ma, a dir la verità, anche lui ha qualcosa da farsi perdonare: la vecchia World Gym, che fu la sua palestra, è stata venduta e trasformata in un complesso di negozi di lusso e uffici. Chi è l’acquirente responsabile del cambiamento? Proprio lui, l’ex governatore della California.

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