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  • Maria Elena Tanca
  • Nata a Sassari nel 1981, è giornalista professionista dal 2010.
  • Nata a Sassari nel 1981, è giornalista professionista dal 2010.

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19 febbraio 2013 2 19 /02 /febbraio /2013 14:22

La ‘war on drugs’ (guerra alla droga), dichiarata dal presidente Richard Nixon nel 1971, è fallita. Il premio Nobel per l’economiaGary Becker non ha dubbi. Seduto davanti al computer in una grande aula dell’Università di Chicago, il professore spiega i perché del suo sì allalegalizzazione della marijuana. Insieme con il collega Kevin Murphy, Becker ha da poco scritto sulle pagine del Wall Street Journal un lungo saggio-manifesto a favore della liberalizzazione degli stupefacenti.

La posizione sostenuta dai due guru della scuola di Chicago, vero e proprio bastione del neoliberismo, è rivoluzionaria per la destra americana. Come mai questa rottura col proibizionismo del passato? “Le persone stanno cambiando idea perché il loro tentativo di rendere la marijuana illegale non ha avuto successo - dice Becker - Oggi negli Usa più di 20 stati hanno depenalizzato la marijuana in diverse forme”.

Il professore elenca con pazienza i benefici della liberalizzazione: “Innanzitutto le persone non verrebbero messe in prigione per il semplice consumo di marijuana. Inoltre, la legalizzazione ridurrebbe gli sforzi della polizia e perfino lo stesso traffico di stupefacenti”.

Poi spiega quali sono a suo avviso i principali fallimenti nella guerra alla droga: “Il primo è che si fa ancora un forte uso degli stupefacenti: la guerra non ne ha in alcun modo eliminato o ridotto il consumo. Ha inoltre determinato un aumento dei prezzi: chi spaccia e non viene catturato fa enormi profitti, motivo che induce gangster e pericolosi criminali a entrare nel business”. I prezzi elevati servono a compensare i trafficanti per i pericoli che corrono. Più il rischio cresce, più i costi aumentano. Tutto a vantaggio delle gang più violente e potenti, oltre che dei cartelli della droga, molto difficili da annientare.

“Ci sono poi persone - continua Becker - che spacciano piccole quantità, per esempio nelle scuole, e rischiano di finire in prigione. Mi sembra che in quei casi la pena sia troppo severa”. Negli ultimi 40 anni la percentuale degli studenti che hanno lasciato la scuola superiore è rimasta intorno al 25 per cento. La maggior parte sono ragazzi afroamericani e ispanici. Le ragioni dell’abbandono sono diverse: una tra tutte è la tentazione di fare profitti dedicandosi al traffico di stupefacenti.

Il costo monetario diretto della guerra include le spese per il personale di polizia e dei tribunali, e per tutte le altre risorse necessarie alla lotta. Si tratta di oltre 40 miliardi di dollari. “La guerra ha anche favorito la corruzione di polizia, politici e funzionari”, continua Becker. Spesso chi resiste alle lusinghe delle tangenti è vittima di minacce e inizia a temere per la vita propria e dei famigliari.

La corruzione non è l’unico crimine legato alla marijuana: ci sono anche omicidi e furti, per citarne alcuni. La legalizzazione ne causerebbe un sensibile decremento. “È necessario che ulteriori stati legalizzino o depenalizzino la marijuana. Sempre più Paesi dovrebbero seguire l’esempio del Portogallo, che ha depenalizzato tutte le droghe. Ci vuole un accordo internazionale, in cui si riconosca che la guerra alla droga è fallita”. Sono questi i prossimi passi da fare secondo il Nobel.

Il Portogallo ha optato per la depenalizzazione degli stupefacenti 12 anni fa. Ha deciso di puntare sulla cura dei tossicodipendenti piuttosto che sulla loro persecuzione. I risultati sono arrivati: diminuzione del numero di infezioni contratte e dei crimini connessi al consumo di droga. Invece che davanti a un tribunale, le persone trovate a far uso di stupefacenti sono esaminate da speciali commissioni composte da psicologi, giudici e operatori sociali. Caso per caso, questi esperti decidono che tipo di procedura seguire.

“La depenalizzazione – chiarisce Becker – rende legale il consumo, ma non la vendita. Sarebbe una possibile alternativa alla legalizzazione, ma personalmente penso che sia meglio legalizzare”. La depenalizzazione, infatti, produce benefici, ma non riduce molti dei costi della guerra alla droga, legati soprattutto all’azione contro i trafficanti. La legalizzazione permette invece di tassare la produzione di stupefacenti, esattamente come avviene col tabacco e con l’alcol.

Uno studio condotto da 300 esperti d’economia calcola che la legalizzazione della marijuana in tutti gli Stati Uniti farebbe risparmiare al governo 13,7 miliardi di dollari all’anno. Un’allettante prospettiva, anche se resta da abbattere l’ostacolo della legge federale. Questa, a prescindere dalle decisioni dei singoli stati, vieta la coltivazione, la vendita e il possesso di qualsiasi quantità di marijuana.

 

Da The Post Internazionale

 

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1 febbraio 2013 5 01 /02 /febbraio /2013 14:41
La corona va alla Norvegia

Come ogni anno, il Legatum Institute ha pubblicato l’indice della prosperità globale. L’indicatore calcolato dal think tank britannico si basa su uno studio effettuato nel 2012 su 142 Paesi, comprendenti il 96% della popolazione mondiale. Le nazioni sono classificate sulla base di 89 indicatori in otto categorie diverse, quali l’istruzione, il governo e l’economia. Uno dei fattori presi in considerazione è il Pil pro capite, ma il Legatum Institute ha cercato di andare oltre questa semplice misura. Così, i Paesi più felici sono quelli che coniugano istituzioni politiche stabili, una società civile con una forte libertà d’espressione, un livello d’istruzione elevato, una buona assistenza sanitaria e un generale sentimento di libertà e sicurezza.

In Norvegia finanze e gratificazione personale vanno di pari passo. La prima classificata vanta un Pil pro capite di 57 mila dollari all’anno. I norvegeesi si collocano inoltre al secondo posto per quanto riguarda il livello di soddisfazione sul proprio standard di vita: il 95% ha dichiarato di godere della libertà di scegliere che direzione imprimere alla propria esistenza e il 74% ritiene di potersi fidare degli altri.

Danimarca: opportunità e imprenditorialità

Periodicamente i sondaggi lo rivelano: i danesi si confermano uno dei popoli più felici del pianeta. Lo Stato più piccolo e meridionale della scandinavia è secondo nella classifica per il quarto anno consecutivo. Ha conquistato il punteggio più alto alle voci “imprenditorialità” e “opportunità”.

Svezia: felicità in crescita

La Scandinavia occupa tutto il podio dei Paesi più felici, perché la Svezia ha scalato la classifica dalla settima posizione guadagnata nel 2009 alla terza del 2012. Svetta (secondo posto generale) per imprenditorialità e opportunità, alle spalle della Danimarca. Anche se il livello d’istruzione è solo 12esimo tra tutti quelli valutati.

Australia: felice, ma poco sicura

La terra dei canguri non se la cava male. Si colloca al quarto posto nella classifica complessiva, grazie al livello d’istruzione e alla libertà personale dei suoi abitanti. Fa invece riflettere la posizione del Paese alla voce “sicurezza e tranquillità”: è appena 19esima nell’elenco.

Nuova Zelanda: l’istruzione prima di tutto

Fu il primo Paese al mondo a riconoscere il diritto di voto alle donne, nel 1893. Oggi la patria degli All Blacks è quinta nella classifica dei Paesi più felici del mondo. Si colloca al primo posto per livello d’istruzione e guadagna il secondo gradino alle voci “governance” e “libertà personale”. Peggio le voci economiche: si colloca solo 27esima.

Canada: più libertà per tutti

È il Paese più esteso del mondo dopo la Russia e anche il più libero. Pur collocandosi solo al sesto posto nella graduatoria dei Paesi più felici, ha guadagnato la vetta alla voce “libertà personale”. Cosa diranno i cugini statunitensi, che della libertà hanno fatto la loro bandiera? Peccato, però, che il Canada sia solo 16esimo per imprenditorialità e opportunità.

Finlandia: sicurezza e imprenditoria

Al settimo posto nella classifica generale, la Finlandia ha uno dei sistemi sanitari più efficienti del mondo ma alla voce “salute” è arrivata solo 12esima. Ha invece conquistato il terzo posto per sicurezza e tranquillità degli abitanti e anche per opportunità e imprenditorialità.

Paesi Bassi: non solo mulini a vento

Sono ottavi nella classifica generale e al sesto posto alle voci “capitale sociale” e “salute”. Secondo l’opinione di Christopher Helman di Forbes, il metodo usato dal Legatum Institute per misurare il livello del capitale sociale è problematico. Una delle voci riflette infatti la percentuale di cittadini che hanno frequentato un luogo di preghiera nella settimana passata. “Sono d’accordo sul fatto che molte persone avvertano un senso di coesione sociale recandosi in chiesa – dice –, ma molte ottengono lo stesso risultato andando a lezione di yoga o in spiaggia”.

 

Da Lettera43

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11 gennaio 2013 5 11 /01 /gennaio /2013 12:37

“Mi sono laureato in interior design nel 2011, all’Art Institute of California di San Francisco. La laurea costava più di 100 mila dollari. Ne ho spesi ‘solo’ 80 mila perché ho ottenuto la convalida di alcuni corsi, frequentati in precedenza a U.C. Davis”. Parla con un tono di voce pacato, ma ha l’aria un po’ delusa il giovane americano Greg Jung: i suoi studi sono costati troppo in proporzione a quel che ha ottenuto. “Non sto facendo altro che un lavoro di commercio al dettaglio ben pagato. L’avrei trovato con facilità anche senza un’istruzione superiore – racconta - Forse non avrei lavorato nel campo del design ma almeno mi sarei risparmiato il debito studentesco. Finirò di pagarlo tra dieci anni”.

La sua è una storia più comune di quel che si possa pensare. E conferma quanto sostenuto nel libro di Glenn Reynolds, The Higher Education Bubble. L’autore, professore all’università del Tennessee e firma di Wall Street Journal, Forbes e The New York Times, da tempo avverte gli americani: una bolla universitaria è pronta a esplodere sulle loro teste. La tesi del libro è semplice. Negli Stati Uniti si è a lungo creduto che, a prescindere dai costi, una laurea fosse il lasciapassare necessario per costruire la propria fortuna. Ma oggi è ancora così? Il professore sostiene di no, soprattutto se si parla di lauree in settori come scienze delle religioni o ‘women studies’. In quei casi i laureati di rado trovano un impiego retribuito abbastanza da permettere di estinguere il debito studentesco in un tempo ragionevole. Queste persone sono come i mutuatari subprime, le cui case valgono meno della somma dovuta alla banca. Il parallelo con la bolla immobiliare è chiaro: mentre i costi dell’istruzione continuano a salire, il valore delle lauree non è in crescita. E il debito accumulato dagli studenti, sostiene Reynolds, li incastrerà presto dentro una bolla, proprio com’è accaduto con i mutui. La situazione è peggiorata dall’accesso al credito facile. “I sussidi del governo hanno incoraggiato le università ad alzare ancora di più le rette per catturare tutto il denaro possibile – spiega Reynolds - Questo ha condotto a uno sproporzionato aumento burocratico, a un sovrainvestimento in strutture ricreative di lusso per attirare nuovi iscritti e al fenomeno dell’inflazione dei voti (grade inflation) per catturare e trattenere gli studenti”.

In base ai dati forniti dal Bureau of Labour, dal 1983 il costo medio per studente di un college è cresciuto di tre volte il tasso d’inflazione. Le rette universitarie sono aumentate dal 23 per cento dei rendimenti medi annui nel 2001 al 38 per cento nel 2010. E, secondo il gruppo no-profit Project on Student Debt, chi si è laureato nel 2011 ha maturato un debito medio di 26 mila dollari. A fronte dei costi crescenti, la qualità dei laureati è in calo. Un’indagine federale ha dimostrato che, tra il 1992 e il 2003, l’alfabetizzazione di chi ha un’istruzione universitaria è diminuita. E gli studenti dedicano sempre meno tempo allo studio e sempre di più allo svago. Eppure tutto questo non ha avuto un impatto negativo sui risultati universitari: la media dei voti è cresciuta dal 2,52 degli anni Cinquanta al 3,11 del 2006. È il fenomeno del ‘grade inflation’, cioè la tendenza a dare punteggi più alti rispetto al passato per performance dal valore equivalente.

Nonostante i dati poco confortanti, nelle classifiche mondiali più della metà delle 100 migliori università e otto tra le prime dieci sono americane. “Ovviamente oggi una laurea non è sufficiente a trovare un buon lavoro - dice Noah Thomas, laureato in chimica e teologia al Wheaton college, in Illinois - Tuttavia, acquisire un po’ d’esperienza, fare stage e crearsi una rete di contatti sono passaggi che aiutano. E, nella maggior parte dei casi, queste opportunità sono accessibili solo a chi ha conseguito una laurea con ottimi voti”.

L’uno insoddisfatto, l’altro più positivo, Greg e Noah sono d’accordo su un punto: medicina, matematica e in generale le materie scientifiche sono campi che continuano a rendere. Non a caso le università americane puntano molto su questi settori. “Con una laurea in musica, inglese, filosofia o arte è difficile trovare un lavoro ben pagato. O, quantomeno, è improbabile ricevere un salario sufficiente a saldare un debito di 100 mila dollari entro un periodo ragionevole”, spiegano i due.

Come porre rimedio a una possibile bolla universitaria? “L’istruzione è l’industria della conoscenza - riprende Reynolds - La tecnologia, in questo genere di industrie, riduce drasticamente i costi. Mi aspetto che ciò accada anche nel campo dell’istruzione, se lo consentiranno”. La nuova frontiera dell’insegnamento è quindi l’utilizzo di Internet, attraverso la combinazione di online learning e Moocs (massive open online courses).

Inoltre il professore ritiene che esista un altro modo per far fronte alla situazione: riscoprire i cosiddetti mestieri specializzati. “Penso che l’istruzione americana sottovaluti i corsi professionali”, afferma. Scegliendo di lavorare dopo il diploma, gli americani risparmierebbero il denaro del college. E guadagnerebbero subito, senza alcun debito sulle spalle. “Se il mondo non ha bisogno d’avvocati, ma d’idraulici ed elettricisti, è meglio non trascurare quelle possibilità”, sentenzia. Soprattutto per evitare che la situazione degeneri com’è accaduto con Occupy Wall Street. “Esiste una relazione tra il movimento e la bolla universitaria – dice Reynolds – Il malcontento di molti manifestanti è legato all’aver investito larghe somme di denaro in lauree che non hanno permesso loro di vivere bene. Penso che abbiano ragione a essere arrabbiati: sono scottati dal debito e pieni di risentimento”.

Da The Post Internazionale

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14 dicembre 2012 5 14 /12 /dicembre /2012 17:32

Evelyn Rivera ha 24 anni e vive in Florida. Si è trasferita negli Stati Uniti dalla Colombia quando aveva appena tre anni. Dopo il diploma ha iniziato a lavorare: vuole metter da parte i soldi per andare al college. È uno degli oltre 60.000 giovani che in Florida hanno fatto domanda per il DACA, Deferred Action for Childhood Arrivals. Il programma è stato avviato dall’amministrazione Obama il 15 agosto del 2012. E consente a chi è arrivato senza documenti negli Stati Uniti prima dei 16 anni di restare nel Paese per altri 24 mesi, legalmente. “Il DACA mi ha ridato fiducia e la speranza di non essere rimandata in Colombia. Penso soprattutto alla mia famiglia: ora non dovranno più preoccuparsi per me”, dice Evelyn. Il programma, è una sorta di tregua, che dà ai sans papiers un po’ di tranquillità. Ma non permette di ottenere la residenza permanente o la cittadinanza. Oltretutto, se lo status conquistato con il DACA non viene rinnovato, si torna punto e a capo.

Evelyn è anche un’attivista di United We Dream, un’organizzazione nata per aiutare quelli che, come lei, sognano di restare negli Stati Uniti, luogo in cui sono cresciuti. United We Dream è la più vasta rete di giovani immigrati nel Paese. Un movimento vasto e sempre più pressante, che può contare su oltre 600 leader. L’organizzazione  è nata nel 2009, quando alcuni gruppi locali decisero di unirsi per dar vita  a una rete nazionale. I vertici del movimento capirono che incoraggiare i giovani a raccontare le storie delle loro vite clandestine e gli ostacoli alle proprie aspirazioni sarebbe stato liberatorio.

Le origini del gruppo si intrecciarono presto con quelle del Federal Dream Act, altro importante tassello della legislazione statunitense sull’immigrazione. Un progetto molto diverso dal DACA, che è temporaneo e non costruisce un percorso verso la residenza permanente o la cittadinanza. Il Dream Act fu presentato per la prima volta al Congresso nel lontano 2001: se passasse, consentirebbe ad alcuni immigrati arrivati prima dei 16 anni e cresciuti negli Stati Uniti di ottenere la residenza permanente o diventare cittadini. A patto, però, che frequentino il college o l’università o prestino servizio nell’esercito. Per ora il Dream Act non è stato approvato dal Congresso. Nel 2011, dopo diverse bocciature, i Democratici lo hanno reintrodotto sia alla Camera, sia al Senato. La prima lo ha approvato, ma al Senato i Repubblicani hanno fatto opposizione.

Con la rielezione di Barack Obama alla Casa Bianca, i Dreamers tornano a sognare e puntano perfino più in alto. “United We Dream sta cercando di andare oltre l’obiettivo iniziale. Ora combatte per una piattaforma politica più ampia: vuole includere tra coloro che beneficeranno della riforma anche le famiglie dei giovani immigrati”, racconta a The Post Internazionale Kristin Ford, responsabile media di United We Dream. Lo scopo è costruire un percorso che conduca tutti gli 11 milioni di sans papiers alla cittadinanza. “Ci teniamo a tenere unite le famiglie e a evitare che i parenti dei ragazzi siano mandati indietro - continua Kristin -. Vogliamo porre fine agli abusi di potere e alle deportazioni senza senso, ma anche garantire condizioni di lavoro più eque per tutti gli immigrati”.

Il problema dei documenti è legato anche all’accesso ai college o alle università, più difficile per chi si trova negli Usa illegalmente. “La Suprema Corte degli Stati Uniti ha deciso che l’istruzione debba essere garantita a tutti, dall’asilo fino alle superiori. Per questo le scuole devono accettare chiunque e non controllano i documenti”, spiega Kristin a The Post Internazionale. Quando si parla di college o università il discorso cambia. Ogni stato ha università pubbliche che, per i residenti in quel territorio, costano meno. Chi proviene da altri stati, invece, paga tasse più elevate. “Gli immigrati che non possiedono i documenti non risultano residenti e quindi sono costretti a pagare tasse per molti proibitive. Inoltre -, aggiunge Kristin, - la maggior parte degli stati fornisce aiuti economici solo ai residenti. Sono molto pochi quelli che offrono assistenza agli immigrati senza documenti. Il governo federale prevede un sistema di aiuti per il pagamento delle rette universitarie ma, anche in questo caso, gli immigrati senza documenti non hanno i requisiti per accedervi”, dice Kristin.

L’accesso all’istruzione superiore è uno dei motivi per cui i Dream Warriors sono più determinati che mai. Ormai formano una vera e propria lobby, che rivendica il suo posto nella società americana. Le campagne porta a porta fatte da questi giovani immigrati, che non possono votare, hanno mobilitato i Latinos. Loro quel diritto ce l’hanno, tanto che il 71% dei voti ricevuti da Obama proviene proprio da questo gruppo etnico. Il presidente non potrà non tenerne conto nella sua agenda. I leader di United We Dream sono certi che i risultati delle presidenziali, nelle quali Romney ha ottenuto solo il 27 per cento dei voti dei Latinos, abbiano conferito loro maggiore influenza su entrambi i partiti. La comunità dei giovani immigrati è in crescita e c’è da scommettere che, se i Repubblicani vorranno tornare alla Casa Bianca, non potranno ignorare i guerrieri del sogno americano. 

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28 novembre 2012 3 28 /11 /novembre /2012 19:57

Non adatta al ruolo di segretario di Stato degli Usa. Il giudizio su Susan Rice, attuale ambasciatrice americana all’Onu e in lizza per sostituire Hillary Clinton nell’imminente rimpasto di governo per il secondo mandato di Barack Obama, è tranchant. E arriva, con attacchi molto duri, da più fronti.
Prima sono stati i repubblicani, poi ci si è messa anche la stampa. Se la destra americana accusa Rice per il ruolo avuto nella crisi di Bengasi, il Financial Times - quotidiano britannico molto ascoltato a tutte le latitudini - ha affermato che «non ha la statura politica necessaria per essere il capo della diplomazia del Paese».
SU BENGASI L'ATTACCO DEL GOP.L’accerchiamento è iniziato con una lettera di protesta scritta al presidente Usa, nella quale circa 100 deputati del Grand old party (Gop) si dichiarano «molto preoccupati».
Rice è attaccata dai repubblicani per le dichiarazioni rese qualche giorno dopo l’attentato dell’11 settembre al consolato Usa di Bengasi. Ospite in un programma televisivo, insistette infatti sulla tesi, rivelatasi poi infondata, secondo cui la tragedia fosse scaturita da una sommossa «spontanea» contro un video blasfemo anti Islam.
Parole poi usate dai repubblicani per accusare l’amministrazione Obama di aver minimizzato il carattere terroristico dell’attacco, in realtà opera di un gruppo legato ad al Qaeda.
LA SMENTITA DI PETRAEUS. Rice si è giustificata dicendo che, al momento, era quella l’indicazione contenuta nelle informative dell’intelligence. Ma è stata smentita dal generale David Petraeus.
L’ex direttore della Cia, testimoniando a porte chiuse davanti al Congresso, ha confermato che fin dal primo istante era stato evidenziato come l'attacco fosse riconducibile all'azione di terroristi. Quest’informazione era stata però edulcorata da altre agenzie di intelligence.
Insomma, una vicenda torbida, per di più mescolatasi al sex gate che ha costretto alle dimissioni Petraeus, e in cui oggi tutti cercano di salvare la faccia. E la carriera.

Lanciata da Clinton negli Anni 90 grazie al supporto di Albright

 

Rice divenne un funzionario del Consiglio per la sicurezza nazionale degli Usa sotto Bill Clinton, negli Anni 90. Poi, con Obama al potere, fu la più giovane donna - nonché la prima di colore - a ricoprire il ruolo di ambasciatrice Usa all’Onu: una carriera formidabile.
Figlia di Emmet Rice, membro del Consiglio dei governatori della Federal reserve, venne raccomandata come assistente della segreteria di Stato nientemeno che da Madeleine Albright, segretario di Stato dal 1997 al 2001 e amica di famiglia.
«Abbiamo viaggiato spesso insieme e prendevo i suoi consigli molto seriamente», ha dichiarato Albright, che è stata anche ambasciatrice all’Onu dal 1993 al 1997, «penso che sia una delle persone più preparate nelle questioni di sicurezza nazionale».
NON GODE DI SIMPATIE NELL'ONU. Nonostante agganci e curriculum di ferro, Rice suscita molte antipatie. E non sono di certo dovute a qualche intervista televisiva.
In privato, i diplomatici del Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite si lamentano delle tattiche di negoziazione aggressive usate dalla donna. La descrivono come «poco diplomatica» e «a volte piuttosto maleducata». Addirittura la accusano di usare un linguaggio un po’ troppo «schietto» e «brusco».
Di lei, a porte chiuse, si dice che «ha un atteggiamento un po’ da cowboy e la tendenza a trattare gli altri Paesi come semplici ausiliari degli Usa».
SCONTRO CON L'AMBASCIATORE RUSSO. Rice non ha nemmeno le simpatie dell’ambasciatore russo Vitaly Churkin, uno che, come lei, è noto per lo stile poco affettato.
Dopo che la donna definì la richiesta russa di un’indagine sulle morti di civili causate dalla Nato in Libia uno stratagemma «fasullo», Churkin la attaccò. «Questo vocabolario fatto di imprecazioni alla Stanford dovrebbe essere sostituito da qualcosa di più vittoriano, perché di certo non è questo il linguaggio con il quale intendiamo discutere i problemi con i nostri partner nel Consiglio di sicurezza», disse Churkin, prendendosi gioco degli studi di Rice a Stanford.

L'attacco degli attivisti per i diritti umani sul Ruanda


Ma la lista degli oppositori di Rice non si ferma qui. Di recente con lei se la sono presa anche alcuni attivisti per i diritti umani.

Le critiche riguardano il comportamento tenuto sulla questione del Ruanda.
Rice ha iniziato a occuparsi del Paese dell’Africa orientale nel 1990, quando era un funzionario del Consiglio di sicurezza nazionale, responsabile delle organizzazioni internazionali e delle missioni di peacekeeping.
All’epoca balzò agli occhi la loro incapacità, insieme con quella del presidente Clinton e delle Nazioni unite, di intervenire per fermare il genocidio nel 1994.
LE ACCUSE DI SOSTEGNO AL M23. A distanza di quasi 20 anni, Rice è accusata di proteggere il presidente ruandese Paul Kagame che, secondo esperti dell’Onu, sta supportando il movimento di ribelli del Congo noto come Movimento 23 marzo (M23), sospettato di uccisioni di massa, violenze e altre atrocità.
Buon ultimo è arrivato il Financial Times con un editoriale in cui ha sottolineato che il ruolo attualmente di Clinton in passato è stato ricoperto da giganti della scena politica americana, come James Baker e George Shultz. E così dovrebbe continuare a essere.
OBAMA DIETRO LE SCELTE DI SUSAN. Tuttavia, nonostante gli attacchi, Rice - che vive a Washington con i figli e il marito, un membro del gabinetto di Obama - ha un vantaggio evidente: un rapporto di ferro con il presidente.
Le delegazioni degli altri Paesi sanno che, quando prende posizione su un argomento, dietro quella decisione c’è quasi sicuramente Obama.
Molti inoltre sostengono che Rice abbia contribuito a riparare l’immagine degli Usa all’Onu, danneggiata dalle critiche mosse all’organizzazione dall’ex presidente George W. Bush. Affondarla non sarà facile. Ma se gli avversari ci riuscissero, di certo colpirebbero al cuore il presidente. 

Da Lettera43

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22 novembre 2012 4 22 /11 /novembre /2012 19:12

“Ho potuto vedere quel che succede in Siria attraverso i mass media. E soprattutto guardando i video che circolano su internet. Non sono autorizzato a entrare nel Paese: sono nato e cresciuto sulle alture del Golan, un territorio siriano da 44 anni sotto l’occupazione israeliana”. Hamid (nome di fantasia) racconta la sua storia in una sala della ‘Fabbrica del Vapore’, a Milano. È qui in rappresentanza della ‘Syrian Anonymous Exhibition’, un collettivo di artisti siriani i cui membri preferiscono restare anonimi. Fa parte del progetto ‘Disorder’, che raggruppa opere d’arte provenienti da 15 Paesi del Mediterraneo. Tutte realizzate da giovani sotto i 30 anni.

Capelli spettinati raccolti in una coda bassa, viso scavato e fisico snello, Hamid parla un inglese fluente. Ogni tanto gesticola o si mette le mani tra i capelli, come per pensare meglio: difficile spiegare la sua condizione di artista ‘apolide’. “Sono nato in questo posto indefinito: non mi sento israeliano, né siriano. Non ho alcuna nazionalità. Come posso definire me stesso?”, chiede. “Me lo son domandato già quand’ero nel Golan. Ma è soprattutto una volta arrivato in Europa che mi son scontrato con questa domanda”.

Ora Hamid vive a Vienna. Nel Golan ha frequentato buona parte delle scuole. E prima di trasferirsi in Europa ha studiato per un periodo a Damasco: gliel’ha permesso un programma Onu rivolto ai siriani nei territori occupati da Israele. “Purtroppo non sono autorizzato a tornarci. In base a quest’accordo tra Gerusalemme e Damasco, una volta finiti gli studi, è obbligatorio rientrare nel Golan. Tutto ciò che mi resta della Siria sono cinque anni di ricordi”.

Una condizione che accomuna tanti giovani come lui da quando, nel 1967, sei giorni cambiarono gli equilibri della regione mediorientale. Durante le fasi finali di quella che fu chiamata ‘Guerra dei sei giorni’, Israele strappò il Golan alla Siria. Da allora l’area è sotto l’occupazione israeliana. Nel 1974, un anno dopo la guerra dello Yom Kippur, per garantire il rispetto del fragile accordo di pace fu creata una fascia di sicurezza. Quella sottile striscia di terra fu posta sotto il controllo dei reparti Onu dell’Undof (United Nations Disengagement Observer Force).

Oggi sono oltre mille i membri delle forze di pace delle Nazioni Unite presenti al confine tra i due Paesi. Nel 1981 Israele annesse il Golan, applicando le sue “leggi, giurisdizione e amministrazione” sul territorio. Il Consiglio di sicurezza dell’Onu, con la Risoluzione 497, dichiarò nulla l’annessione. Ma Israele continua ad affermare il diritto di restare nell’area in base alla Risoluzione 242 del Consiglio di sicurezza. In essa è stabilito il diritto di ciascuno Stato “alla propria integrità territoriale, a confini sicuri e riconosciuti, liberi dalla minaccia o dall’uso della forza”. Oggi nel Golan si contano circa 20 mila siriani, in prevalenza Drusi. I musulmani sono più di 2 mila. E i coloni israeliani quasi 20 mila: vivono nei 33 insediamenti agricoli sorti nell’altopiano dal 1967.

Con lo scoppio della guerra civile siriana, la questione delle alture del Golan, da sempre contese tra i due Paesi, rischia di tornare alla ribalta. Qualche settimana fa la tensione è salita ancora: alcuni colpi di mortaio sono caduti proprio sull’altopiano. I carri armati israeliani hanno risposto colpendo l’artiglieria mobile siriana.

Ma di questo Hamid non vuol parlare. “Le questioni politiche non mi riguardano. Cerco di occuparmi solo del lato artistico. Posso solo dire che la situazione nel Golan è ben diversa da quella che c’è in Siria. La gente nella mia terra è al sicuro”.

Nonostante faccia una netta separazione tra arte e politica, quei confini stabiliti a tavolino gli vanno stretti. “Non credo nella definizione geografica del territorio. Quando è iniziata la ribellione in Siria, ho sentito il bisogno di lavorare su quel che stava accadendo. Ma non in quanto siriano. Sentivo di volerlo fare. E da allora non sono riuscito a smettere”.

Le sue opere si concentrano sui bambini, vittime innocenti della guerra. Il punto di partenza sono alcuni filmati crudi e violenti che circolano sulla rete. Troppo forti, a suo avviso, per essere visti per intero. Hamid ferma i video nei momenti salienti e fotografa le immagini che più lo colpiscono. “Poi scrivo sull’occhio ‘occhio’, sul naso ‘naso’, sulla bocca ‘bocca’. Cerco di chiamare le cose con il loro nome per affermare che esistono, sono là”, dice. “Non penso di fare qualcosa di speciale. Con queste opere voglio solo dire: non dimenticheremo mai i bambini della Siria”.

 

Da The Post Internazionale

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9 novembre 2012 5 09 /11 /novembre /2012 12:39

Non hanno un quartier generale e non possono rivelare la propria identità, ma la loro presenza si fa sentire su Internet. Sono gli artisti di Comic4Syria, una pagina Facebook che si serve delle strisce a fumetti per raccontare la rivoluzione siriana. Nata a luglio per iniziativa di un gruppo anonimo di vignettisti e scrittori, ha ormai raggiunto i quasi 12 mila 'mi piace'. Gli artisti, tutti siriani, hanno un’età media tra i 18 e i 30 anni. Alcuni sono già affermati, altri invece disegnano per hobby. Tutti collaborano volontariamente. “La rivoluzione siriana – racconta uno di loro - è una rivoluzione del popolo, in tutte le sue comunità e diversità. E gli artisti hanno il loro modo di prendervi parte”.

Pungenti, irriverenti e a volte talmente realistici da far male, i disegni denunciano le violenze del regime. 'Storia del freddo', per esempio, si basa su un fatto realmente accaduto. Parla di un ragazzo morto in una cella frigorifera a Daraa, dopo esservi stato messo ancora vivo. Prima di esalare l’ultimo respiro, è riuscito a scrivere col proprio sangue la frase "continuo a volere la mia libertà”. Oltre che mezzo di denuncia, il fumetto è anche strumento di satira. Alcune strisce sbeffeggiano Bashar al-Assad fino a renderlo una macchietta grottesca. Altre prendono di mira i media filogovernativi siriani, sottolineandone l’operazione di sciacallaggio nei confronti della popolazione. “Il fumetto è un’arte nuova per la rivoluzione” dicono. “Fa la differenza soprattutto per chi sta fuori dalla Siria e vede i lavori, perché veicola il messaggio in modo diverso e profondo”. Un’altra serie di vignette racconta l’uccisione di un graffitaro di Damasco, Nour Hatem Zahra, per mano di uno Shabiha, termine che indica i membri delle milizie civili pro-Assad.

I testi dei fumetti si rivolgono anzitutto ai siriani, essendo per la maggior parte in arabo. “Nel mondo arabo sono gli egiziani quelli che più ci seguono”, spiegano gli artisti. Da quando hanno iniziato a tradurre alcune vignette in inglese, il numero delle persone che le legge è aumentato parecchio. “Noi lavoriamo su tre piani: catturare il dolore e trasferirlo nel nostro lavoro, ridere della realtà per cercare di strappare un sorriso allo spettatore, disegnare e analizzare la realtà interna ed esterna”. Ma raccontare al mondo intero quello che realmente sta accadendo in Siria è diventato sempre più difficile: “Ci sono interferenze che mirano a mascherare la verità. Il popolo siriano sta affrontando un regime criminale e una situazione internazionale molto complicata”.

In effetti i rischi che gli artisti corrono con le loro critiche e denunce sono tanti. Eclatante fu il caso di Ali Ferzat: vignettista satirico siriano picchiato selvaggiamente da fedelissimi di Assad. Arrivarono perfino a spezzargli le dita per impedirgli di continuare il suo lavoro. “Questo è il motivo principale per il quale non riveliamo i nostri nomi: anche se fossimo all’estero, potremmo lo stesso subire atti di violenza. Questo regime può arrivare ovunque voglia”.

Da The Post Internazionale

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7 novembre 2012 3 07 /11 /novembre /2012 12:32

“Mi sono trasferita in Ohio con mia madre e i miei nonni all’età di sei anni e so cosa significa vivere là”. Noelle Hile vive in California ed è specialista in visual merchandising. Ha lasciato Perrysburg, il tranquillo sobborgo di Toledo in cui è cresciuta, da ormai quattro anni. Ma ricorda bene la difficile vita là. “Molti amici sono entrati nell’esercito o si sono trasferiti in un altro stato. Pur avendo studiato non trovavano lavoro, o si dovevano accontentare di un impiego con un salario minimo”.

La sua è una fotografia a tinte fosche dello stato dell’ippocastano, capitale della “Rust Belt”, la cintura della ruggine. Il fulcro di quel cordone di stati un tempo fortemente industrializzati e oggi vittime della deindustrializzazione e della delocalizzazione del lavoro in Asia. Un’area vastissima che si estende dalla Pennsylvania orientale al nord dell’Illinois, passando sotto i Grandi Laghi. Il soprannome di “Rust Belt” quegli stati se lo sono guadagnati già negli anni Ottanta: disseminati di fabbriche abbandonate, da motore degli Stati Uniti sono diventati un’area in cui desolazione e degrado hanno affossato l’American Dream.

Anche a causa della situazione in cui versa il territorio, quest’anno più che mai l’Ohio è stato terreno di battaglia nella corsa alla Casa Bianca. Ma farsi capire dal lattaio dell’Ohio, quello che Montanelli amava citare per spiegare come dovrebbe scrivere un giornalista, è sempre stato importante. “As Ohio goes, so goes the Nation”, “come vota l’Ohio, così vota l’America”, recita un famoso detto. Se per i democratici questo è un comandamento da tenere a mente, per i repubblicani è una scelta obbligata: mai nessun candidato del Gop è diventato presidente senza convincere i 18 grandi elettori del Buckeye State. Certo, che l’Ohio sia lo stato più importante nelle elezioni presidenziali è un cliché non sempre vero. Nel 2000 decisiva fu la Florida. Nel 2008, invece, Barack Obama vinse con un netto margine nazionale. E a fare la differenza nel caso in cui avesse sofferto di un improvviso calo di consensi a fine corsa sarebbero stati il Colorado e l’Iowa. Ma in generale il detto ha tenuto fede alla sua fama.

L’Ohio ha una popolazione relativamente alta e gli stati più popolosi eleggono più “grandi elettori”. In secondo luogo, è uno swing state, uno degli stati “indecisi”, né a tendenza repubblicana, né democratica. Oscilla, bisogna tirarlo da una parte o dall’altra. Infine è uno straordinario microcosmo della nazione. Qui sono racchiuse le diverse anime degli Stati Uniti d’America: urbana, rurale, suburbana, democratica, repubblicana, industriale e agricola. Non a caso è considerato un “bellwether state”, che indica quale sarà la tendenza del Paese. Nelle ultime 12 elezioni infatti l’Ohio ha votato per il candidato diventato poi presidente. Dal 1896 ha fallito le sue “previsioni” solo due volte, quando scelse Thomas Dewey (1944) e Richard Nixon (1960) contro i democratici Franklin Delano Roosevelt e John F. Kennedy.

Le tante anime dello stato si scovano facilmente. È sufficiente scambiare quattro chiacchiere con le persone che incontri per strada. “Penso che Obama stia davvero cercando di fare qualcosa per questo Paese”, dice Nicole Mayhugh Schutt, 26enne aiuto dietista di Toledo. “Se così non fosse stato, non avrebbe salvato il settore automobilistico. Sta anche tentando di far tornare a casa le truppe che Bush continuava a spedire in giro per il mondo. E sta provando a riportare i lavori negli Usa dalla Cina, dove Bush li ha delocalizzati”. Nicole, neanche a dirlo, è una sostenitrice del Partito Democratico. Ma non tutti la pensano come lei. Malori Barr McCloskey, 25 anni, di Curtice, è repubblicana. Vive da vicino il problema della crisi delle industrie locali. “Mio marito lavora nel settore delle auto ed è stato licenziato più volte. Negli ultimi due anni non ha perso il lavoro spesso come in passato, ma inizia a temere che lo licenzino ancora. Non penso che la situazione, con Obama presidente, sia migliorata – continua - ma forse, essendo repubblicana, non sono obiettiva”.

Nonostante i pareri contrastanti della gente, dettati più dalle diverse fedi politiche che da dati oggettivi, i fatti parlano chiaro. In Ohio Obama, grazie agli aiuti governativi all’industria automobilistica in crisi, ha macinato sempre più consensi. In questo settore lo stato è secondo solo al Michigan e la scelta di Romney di opporsi agli aiuti non ha giocato a favore del candidato repubblicano. Anche i dati sulla disoccupazione sono venuti in soccorso di Obama. Nel mese di settembre, secondo i numeri diffusi dal Department of Labor, il tasso di disoccupazione è calato in sette stati chiave: Florida, Wisconsin, Colorado, Iowa, Nevada, North Carolina e Ohio. In quest’ultimo è calata dal 7,2 per cento al 7 per cento. Oltre all’industria automobilistica, in Ohio è fondamentale quella degli pneumatici. Un settore per cui Obama si è speso molto. Nel settembre del 2009 impose nuovi dazi triennali, per un totale di 1,8 miliardi di dollari, sulle importazioni di pneumatici cinesi. Scelta che ha rivendicato con orgoglio nel secondo dibattito contro Romney, ricordando come quest'ultimo si sia opposto alle misure protezionistiche. Obama con la sua azione politica ha saputo intercettare meglio i bisogni degli abitanti dello stato e il lattaio dell’Ohio l’ha premiato. È di nuovo lui il presidente degli Stati Uniti.

Da The Post Internazionale

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5 novembre 2012 1 05 /11 /novembre /2012 12:27

Marx, Lenin e Mao addio. In Cina gli studenti della Scuola centrale del Partito comunista preferiscono il networking. Con grande preoccupazione dei professori dell’istituto, che per decenni hanno indottrinato generazioni di funzionari. Ma ora le cose sono cambiate. Messi da parte Marx, Lenin e Mao, ciò che più preme agli allievi è coltivare relazioni utili per la carriera, procacciarsi favori e stringere accordi vantaggiosi. La maggior parte di loro sono funzionari governativi di mezza età che, invece di stare sui libri a studiare, preferiscono praticare il guanxi. Questo termine cinese significa “connessione” e indica un sistema di relazioni mutualmente vantaggiose, una rete di contatti a cui far riferimento in caso di necessità. Amicizie calcolate, cene di lusso e, perché no, notti ad alto tasso alcolico: tutto serve se si vuol far carriera.

LE ORIGINI DEL GUANXI. La pratica ha radici profonde. “A fare da termometro e indicatore del potere personale potenziale degli individui sono proprio le guanxi, le reti inter-personali di contatti che definiscono il posto di ognuno nell’ordine sociale – spiega la sinologa e analista di relazioni internazionali Maria Dolores Cabras -. D’altra parte, sapere quale sia il proprio posto nella dimensione gerarchica cinese ritrova i suoi prodromi nell’etica confuciana, rediviva e mai superata. È inoltre un imperativo categorico per il mantenimento della stabilità e dell’armonia sociale e per adempiere ai propri doveri osservando i principi morali”.

UN SEGNO DELLA CRISI DEL PCC. L’ossessione degli allievi per il guanxi allarma i leader del PCC. Questi scorgono in tale pratica un sintomo inequivocabile dei problemi che minacciano l’influenza del Partito sul Paese. La prima grossa preoccupazione del PCC è senza dubbio la corruzione dilagante dei suoi vertici. Negli ultimi anni una carrellata di scandali ha infatti colpito diversi membri del Partito, provocando l’indignazione dell’opinione pubblica cinese. L’elenco è lungo. Suscitò scalpore il caso del funzionario della sicurezza cinese Yang Dacai, con la sua passione per gli orologi di lusso dal costo oltre la portata del suo stipendio. E fece parlare di sé anche Liu Zhijun: l’ex ministro delle Ferrovie fu destituito nel 2011 per essersi appropriato indebitamente dell’equivalente di 152 milioni di dollari e per aver mantenuto, con quei soldi, 18 amanti. A dir la verità, Zhijun non è il primo sensibile al fascino femminile: sembra proprio che nel PCC corruzione e donne vadano a braccetto. Nel 2002, per esempio, Lin Longfei, ex Segretario provinciale di partito della contea di Zhoupu, nel Fujian,  organizzò un festino con le sue 22 amanti. All’evento privato, che ebbe luogo in un ristorante, inaugurò, con sfoggio di creatività, il primo concorso annuale per eleggere la migliore tra le sue donne. Ma forse il più chiacchierato tra gli scandali in seno al PCC è stato il “Chongqing drama”, il più grave degli ultimi 30 anni. La protagonista indiscussa della vicenda è stata la Lady Macbeth cinese Gu Kailai, moglie del Segretario del PCC di Chongqing, Bo Xilai. La donna è stata condannata a morte, con pena sospesa per due anni, per l’omicidio di Neil Heywood, uomo d’affari britannico e suo presunto ex amante. Dalle indagini sulla famiglia di Bo Xilai sono emerse anche le violazioni disciplinari commesse dal politico. “La defenestrazione dai ranghi del PCC dell’ex segretario neo-maoista di Chongqing, Bo Xilai – commenta Cabras –, più che rappresentare una conclamata scelta di campo riformista,  è stata la risposta punitiva di uno Stato-Partito che vuol mostrarsi forte, suscitata dal biasimo pubblico e dalle lotte intestine tra le diverse fazioni”.

FRENARE LA DERIVA. La corruzione dilagante e la disaffezione nei confronti degli ideali del comunismo hanno allentato la presa del Partito sul Paese. Anche il vicepresidente della Cina Xi Jinping, attualmente presidente della Scuola centrale,  ha mostrato grande preoccupazione per quel che sta accadendo. “In un discorso tenuto lo scorso marzo davanti ai cadetti della Scuola centrale del PCC – dice Maria Dolores Cabras – ha ammonito che la mancanza di principi e i comportamenti corrotti non favoriscono la purezza del Partito. Ha inoltre affermato che alcune persone sono entrate a farne parte non perché credono nel marxismo e vogliono dedicarsi al socialismo con caratteristiche cinesi, ma perché diventare un membro porta loro vantaggi personali”. Per frenare la deriva, molte scuole hanno cercato di inasprire i controlli, tenendo sotto osservazione la frequenza alle lezioni e i pasti. Ma anche richiedendo agli allievi di restare al campus durante i giorni della settimana o di fornire giustificazioni quando escono. Cambiamenti resi necessari in previsione dell’8 novembre, data in cui vi sarà un avvicendamento ai vertici del PCC. In quel giorno, a Pechino, nella Grande Sala del Popolo, andrà in scena il XVIII Congresso nazionale del Partito Comunista Cinese. Il presidente Hu Jintao dovrebbe dimettersi e consegnare il testimone al vice, Xi Jinping. Il lavoro della scuola è in genere avvolto nella massima segretezza. E soprattutto quest’anno, con il cambio dei vertici alle porte, su tutti, studenti, professori e ricercatori, è stato imposto l’obbligo del silenzio. Se si pensa che qui è stata formata la classe dirigente del Paese, la cautela imposta a docenti e alunni non appare casuale.

UN’ISTITUZIONE ANTICHISSIMA. La Scuola centrale del PCC fu fondata nel 1933 dalle forze comuniste, nella loro base nella provincia del Jianxi, durante la lunga guerra civile del Paese. Ai corsi accedono i funzionari di livello ministeriale. Sui suoi banchi vengono addestrati coloro che un giorno, con tutta probabilità, saranno chiamati a governare la Cina. L’offerta didattica si concentra soprattutto su materie economiche, filosofia, legge, politica e storia del Partito Comunista Cinese. Anche il corpo docente vanta nomi appartenenti all’élite. E il rettore della scuola è in genere il vicepresidente o il presidente cinese, tanto che l’istituto può vantare tra gli ex rettori Mao Zedong, Liu Shaoqi e Hu Jintao.

UN DURO ADDESTRAMENTO. Il campus, situato nella zona nordoccidentale di Pechino, è silenzioso e immerso nel verde. A proteggere l’edificio ci sono imponenti inferriate, sorvegliate 24 ore su 24 e 7 giorni su 7 dalla polizia cinese. Le stanze nei dormitori sono assegnate in base al grado, cosicché i funzionari di livello più alto ottengono il meglio: camera da letto, soggiorno e un bagno privato. Gli studenti sono quasi tutti quarantenni o cinquantenni. “Sono uomini altamente scolarizzati, professionisti dell’impresa e della finanza, hanno lo sguardo rivolto verso occidente, dove spesso si sono formati – spiega Cabras -. Non parlano il politichese stretto e orientano le loro scelte secondo le regole del mercato e quelle del sistema guanxi”. I programmi d’addestramento possono durare da una settimana a due anni, con periodi più lunghi per i funzionari di aree etniche sensibili come il Tibet e lo Xinjiang. Oltre a quella centrale di Beijing, esistono più di 3000 scuole di partito in tutta la Cina.

LA MODERNIZZAZIONE DEI PIANI DI STUDIO. Se “Il Capitale” di Marx è ancora tra i libri più letti, i funzionari spendono sempre più tempo in argomenti come la politica monetaria internazionale o la teoria del management. I metodi di insegnamento, poi, sono cambiati drasticamente. Mentre prima il professore faceva lezione da un palco, ora è tutto più dinamico. Gli studenti, per esempio, partecipano a veri e propri case studies: sottopongono i problemi delle loro province affinché siano studiati. Oppure, in alcune lezioni, si ricorre a simulazioni per insegnare come gestire una crisi: in queste classi vengono organizzate false conferenze stampa con i giornalisti dei media statali.

PROVE DI APERTURA. La Scuola centrale sta cercando di aprirsi al mondo esterno, passando dai tempi dello spionaggio, quando non appariva nemmeno sulle mappe e sulle guide telefoniche, alle partnership con istituzioni straniere come la Georgetown University. Particolare interesse suscitano gli Stati Uniti: i ricercatori della Scuola studiano questioni come l’egemonia del dollaro, la possibilità di un declino americano e l’effetto dell’opinione pubblica sulla legislazione Usa. E molti dei professori continuano a essere ossessionati dal collasso dell’Unione Sovietica: analizzare il fallimento di quel sistema potrebbe servire a individuare i campanelli d’allarme nel proprio.

“ATTENZIONE ALLA MANIFESTAZIONE DEL REVISIONISMO NEL CENTRO DEL PARTITO”. Per quanto si parli di cambiamenti e apertura, alcuni pensano che la Scuola centrale del Partito resti tutto sommato un’istituzione rigida, dove le idee di riforme profonde sono soffocate. “Oggi, come vent’anni fa, la vecchia guardia del PCC ammonisce le nuove leve della Scuola affinché si  guardino dai luccicori ingannevoli dell’occidentalizzazione culturale, dal suo pragmatismo radicalizzante e dai suoi modelli riformisti e aperturisti, che allontanerebbero i cinesi dalla Cina – spiega Maria Dolores Cabras -. Di fatto il cambiamento auspicato dai leader di Pechino è un «cambiamento vigilato». Le riforme devono essere graduali, controllate e guidate dalle eminenze grigie di Zhongnanhai, oltre che finalizzate al mantenimento del sistema stesso in vista di una nuova socialistizzazione della Cina”.

 

Da Il Post Viola

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27 settembre 2012 4 27 /09 /settembre /2012 12:20

Donatella P., 50 anni, è precaria da 22. Insegna alle superiori, in Campania. E’ uno degli amministratori del gruppo Facebook Precari uniti contro i tagli. Sabato è scesa in piazza a Roma per protestare contro i provvedimenti annunciati dal ministero dell’Istruzione. E’ tra gli organizzatori della manifestazione, alla quale hanno preso parte docenti “senza cattedra”, personale ausiliario e studenti universitari.

“I telegiornali hanno dichiarato che la scuola è iniziata, è tutto a posto e tutto va bene. Nel frattempo c’è il ministro Profumo che se ne esce con questa meravigliosa notizia del concorso, dicendo di far largo ai giovani”, dice Donatella. Il concorso, nelle intenzioni del ministro dell’Istruzione, dovrebbe servire a svecchiare la scuola, ma il fronte del no è vastissimo. “Ci sono 250.000 docenti in attesa in doppia graduatoria (di merito e a esaurimento). Il concorso richiede persone abilitate: stiamo parlando dunque di gente che, come minimo, sta in graduatoria da sei o sette anni. Persone che avranno almeno 30-35 anni – dice Donatella -. Non sono giovani. Io quando ho fatto il mio concorso ne avevo 26: allora sì che ero in grado di svecchiare la scuola e invece sono ancora precaria”.

La sua classe di concorso è in esubero, quindi non rientra nemmeno tra quelle che parteciperanno all’eventuale prova. “Non capisco come mai persone che hanno avuto un incarico annuale per lo meno per cinque anni, hanno portato avanti classi, hanno giudicato ragazzi, li hanno esaminati e maturati non valgano più nulla e debbano fare questi test ridicoli. La verità è che questo concorso è stato fatto per ripulire, per tagliare le gambe alla metà dei precari”, si sfoga. Neanche i sindacati, a suo dire, aiutano, perché tutelano solo gli insegnanti di ruolo. “I precari, la parte più debole, sono invisibili”. Ricorda ancora il suo concorso, nel 1990. Durato quasi un anno, constava di quattro prove. “E’ stato l’ultimo concorso sia a cattedra che abilitante. Ero pronta a fare un’altra gavetta di dieci anni, così come me l’ero fatta precedentemente nel restauro. Perciò ho iniziato a fare qualche supplenza breve, di due, tre, quattro mesi. Man mano che passavano gli anni ho acquisito sempre più punteggio. Così, ho iniziato con gli incarichi annuali, che allora garantivano una copertura lavorativa abbastanza ampia, in quanto terminavano il 31 agosto. Ora, con i vari tagli, non è più così”.

Donatella descrive una situazione precipitata nel caos dove, a causa degli interventi legislativi dei vari governi che si sono susseguiti, non si capisce più nulla. Lo spauracchio del concorso è stato solo la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Prima  di quello c’è stata la riforma Gelmini, che ha colpito personalmente Donatella. Insegnava infatti in un istituto d’arte, struttura che ora non esiste più. “La Gelmini ha fatto diventare gli istituti d’arte licei artistici, appiattendo una competenza e una storia incredibile di un’istituzione che aveva una sua nobiltà”. Con la riforma Gelmini sono state inoltre cancellate tante ore di laboratorio, non solo negli istituti d’arte, ma anche in quelli professionali. “Scelte fatte solo per risparmiare, che sono ricadute sia sui docenti di ruolo, sia sui docenti precari. Non parlo di supplenza su malattia, parlo di gente che lavora da più di dieci anni su incarichi annuali, utilizzata su cattedre vacanti”. Tra l’altro, fa notare Donatella, la riforma Gelmini ha annunciato l’accorpamento di alcune materie. Il concorso, invece, segue le vecchie regole, dunque abiliterà “gente vecchia che dovrebbe insegnare materie che probabilmente tra quattro o cinque anni scompariranno”.

Un sistema perverso che non piace nemmeno a Paola R., docente di scuola materna e primaria e insegnante di sostegno. “Il concorso sarebbe la mia unica possibilità di avere un ruolo. Nonostante questo sono contraria perché è una truffa, non agevola nessuno, passerà solo chi è raccomandato”. Paola ha 40 anni e una precedente laurea in pedagogia a indirizzo psicologico. Ha lavorato per tanti anni come psicopedagogista nelle scuole. Poi una nuova città, nella quale non era conosciuta come esperta, perciò si è messa a fare l’insegnante. Ora sta per laurearsi in  Scienze della formazione: il titolo le permetterà di ottenere l’abilitazione. “Ma è un’abilitazione fasulla, perché fino a quattro anni fa permetteva di entrare nelle graduatorie, ora non più – si lamenta Paola -. Io sto nel nord della Toscana. L’anno scorso ho lavorato fino a dicembre con una bambina sorda e a gennaio ho iniziato con un altro bambino. Chi ci rimette sono i bambini. Bene o male noi il lavoro ce l’abbiamo”. Nel nord Italia gli insegnanti vengono reclutati anche solo sulla base di graduatorie d’istituto, come conseguenza della cosiddetta autonomia scolastica: “Di persone abilitate al sostegno nella scuola primaria ce ne sono veramente poche, quindi prendono chiunque, perfino chi non ha l’abilitazione. Basta anche solo il diploma magistrale. Questo dimostra quanta carenza d’insegnanti c’è”.

Anche Paola fa parte del comitato Precari uniti contro i tagli. Il gruppo chiede continuità didattica, l’assunzione su tutti i posti liberi, su tutti i posti che ogni anno vengono dati a tempo determinato. Dice inoltre no al ddl 953 (ex legge Aprea) “perché è un tentativo di portare la scuola alla privatizzazione” e no alla riconversione su sostegno. “Con i tagli della Gelmini c’è personale in esubero. Queste persone, con un semplice mini-corso, dovrebbero diventare insegnanti di sostegno, ma non è il loro ruolo”, spiega Paola. Il comitato, un movimento apolitico nato dal basso, lotta per la difesa della scuola statale. E non pubblica, perché quest’ultima include anche le scuole private paritarie. “La scuola statale è veramente allo sbando. Arriveremo alla privatizzazione, perché questo è l’iter a cui ci stanno portando sia il Pdl, sia il Pd che l’Udc. In questo modo chi è ricco potrà studiare e chi è povero resterà ignorante”.

 

Da Il Post Viola

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