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  • Maria Elena Tanca
  • Nata a Sassari nel 1981, è giornalista professionista dal 2010.
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20 dicembre 2013 5 20 /12 /dicembre /2013 13:55

«Sono cresciuto in una casa modesta ma sicura, e sono stato abbastanza bravo da non aver avuto bisogno di andare al college». John Harrison è uno dei tanti senzatetto americani. Racconta la sua storia davanti a una platea di studenti, durante uno dei panel sugli homeless che ogni tanto i college statunitensi organizzano. La sua vicenda suona come un monito per i giovani che lo ascoltano. John, infatti, è riuscito a far a meno di una laurea, ma non per molto. Inizialmente è stato in grado di costruirsi una vita dignitosa: è diventato manager, ha comprato una casa in un sobborgo del Maryland. Ma un giorno la sua azienda è stata rilevata, John ha perso il  lavoro e la sua casa è bruciata. A quel punto, la mancanza di un’istruzione universitaria ha fatto la differenza. Senza una laurea, John non è riuscito a trovare lavoro. Ha condotto così una vita solitaria, senza un tetto sopra la testa e senza amici in grado di aiutarlo in caso di bisogno.

La storia di John è una delle tante negli Stati Uniti, dove quella dei senzatetto è tra le piaghe più annose. A gennaio del 2013, rivela l’Annual Homeless Assessment Report to Congress (AHAR) del Dipartimento della casa e dello sviluppo urbano degli Stati Uniti,  si contavano 610.042 homeless. Un quarto di questi era minorenne (23%, pari a 138.149). Il 10% (61.541) aveva tra i 18 e i 24 anni, mentre il 67% (410.352) aveva 25 anni o più. Tra il 2012 e il 2013 il numero dei senzatetto a livello nazionale è diminuito di appena 4 punti percentuali (23.740 persone). Un decremento piuttosto modesto.

Sono tante le ragioni per le quali ci si può trovare senza una casa. Coloro che rimangono senza tetto per un lungo periodo di tempo, i cosiddetti chronically homeless, sono persone «con disabilità, in genere problemi mentali e disturbi da abuso di sostanze oppure malattie fisiche», spiega a La Discussione Nan Roman, presidente e amministratore delegato della National Alliance to End Homelessness (NAEH). Altre volte si tratta di famiglie numerose, «che hanno difficoltà a reperire un’abitazione. È difficile infatti trovare appartementi con tanti posti letto e a buon mercato». Poi ci sono i temporary homeless, quelli provvisoriamente senza casa. Negli Stati Uniti costituiscono la stragrande maggioranza. «In questi casi alla base ci sono principalmente problemi economici. Sono persone povere che vengono travolte da una crisi, per esempio perdono il lavoro e non possono più pagare la casa», chiarisce Nan Roman.

Quella degli homeless è una situazione che riguarda tutto il Paese, da Nord a Sud, da Est a Ovest. Ed è particolarmente grave in California e nello stato di New York. Dato abbastanza scontato, perché «questi due stati sono i più grandi e popolosi – dice Nan -. Tuttavia, anche Florida e Texas presentano percentuali elevate per quanto concerne gli homeless». Il New York Times ha dedicato diversi articoli al problema. Uno degli ultimi, la storia in cinque parti di Dasani, una bimba senzatetto, denuncia una situazione allarmante: 22.000 bambini homeless nella sola città di New York. Il dato più alto dai tempi della Grande depressione.

Ma oltre a quest’ottimo pezzo di giornalismo firmato dalla reporter investigativa Andrea Elliott, di recente sul New York Times è apparso un articolo sul caso dell’Alaska. Uno stato, questo, in cui il confine tra il campeggio all’aperto e la mancanza di una casa è molto sottile. Qui il campeggio è insieme uno stile di vita e parte di un’eredità: vivere in una tenda può essere una libera scelta, come può non esserlo. Lo sa bene Linda Swarner direttore esecutivo della Food Bank Kenai Peninsula: «Nel 2012 ci sono stati 7.281 incontri con famiglie in cerca di beni gratuiti forniti dall’Emergency Food Assistance Program (TEFAP). Ciò significa una media di 607 famiglie al mese, numero cresciuto fino ad arrivare a 630 al mese durante ottobre del 2013». I singoli che si sono rivolti alla Food Bank sono stati 17.152. Di questi un terzo erano bambini. L’Alaska è tuttavia solo al nono posto quanto a crescita dei senzatetto cronici, che sono aumentati di quasi il 21 per cento dal 2011 al 2012. «L’Alaska ha costi d’abitazione molto elevati, ma nella classifica nazionale sta dietro alla California e allo stato di New York perché ha una popolazione piuttosto esigua», spiega Nan Roman.

Finora il numero dei senzatetto non ha conosciuto altro che una piccola riduzione. Resta ancora tanto da fare per risollevare la situazione a livello nazionale. È necessario innanzitutto creare più abitazioni a prezzi accessibili e rinforzare la rete di sicurezza per prevenire il problema degli homeless. Fondamentale è anche ripristinare il programma creato per assegnare  rapidamente un nuovo alloggio ai senza tetto. Gli investimenti federali in questo settore sono in crescita, ma  ancora insufficienti.

Questo articolo è stato pubblicato su La Discussione
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commenti

F
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