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  • Maria Elena Tanca
  • Nata a Sassari nel 1981, è giornalista professionista dal 2010.
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30 aprile 2014 3 30 /04 /aprile /2014 20:54

All'anagrafe fa Maher Almalek. Mc Maher è il nome d'arte. Lui è un rapper siriano, ma vive a Istanbul, dove si è rifugiato un anno fa con la famiglia. E, in versi, urla al mondo la sofferenza del suo popolo.
«La fame nelle città è come una bestia, rifiuta di andarsene e rende ancora più orribile il sangue. Oh, Dio salvaci! Ci stanno dimenticando giorno dopo giorno».
Lontano da casa, la musica è l’unico modo che gli resta per mandare un messaggio alla sua gente, in guerra ormai dal 2011. Maher ha 23 anni ed è originario di Damasco. Ha lasciato la Siria un anno fa per sfuggire alla chiamata dell’esercito di Bashar al Assad. «Il governo mi voleva tra le sue truppe, per uccidere civili. Io non potrei mai farlo, così sono andato via».
Ora Maher lavora come direttore e ingegnere del suono per Sout Raya, una stazione radio indipendente fondata e gestita da siriani a Istanbul. Il rap è la sua passione da quando aveva 14 anni. In Siria ascoltava Eminem e 2Pac: «Ho imparato grazie a loro, poi, lentamente, ho iniziato a migliorare il mio flow».
L'ESPERIENZA COME FONTE DI ISPIRAZIONE. All’attivo ha già nove album. Dal 2011, anno in cui è scoppiata la rivoluzione, la sua musica si è fatta più politica. A Istanbul, e con la famiglia fuori pericolo, può scrivere sferzanti versi di denuncia contro il regime e contro gli artisti nemici della rivoluzione, come i rapper pro-Assad Volcano Mc, Conolist e Mehdi Kelani. «Nella guerra siriana si è aperto un vero e proprio fronte musicale. Ogni rapper cerca di supportare la propria fazione con le sue canzoni. Io sto dalla parte dei ribelli, perché penso siano nel giusto».
La sua arte trae ispirazione da episodi di vita vissuta, momenti reali quanto drammatici: «Le scene a cui ho assistito in Siria erano scene sanguinose, scene di morte. Anch’io, come molti, ho sofferto la fame per un periodo prima di arrivare qui».

Autodidatti del rap sfuggiti alla leva militare obbligatoria.
Maher non è l’unico rapper siriano a essersi rifugiato a Istanbul. La città turca ha accolto tanti altri artisti. Molti di essi sono suoi conoscenti o amici, come il 21enne Sayf al Thawra, nome d’arte di Mohannad Sulaiman, arrivato a Istanbul due anni e mezzo fa.

Anche lui autodidatta del rap, anche lui andato via per sfuggire alla leva militare obbligatoria. I due giovani si conoscono talmente bene che Mohannad sta registrando il suo primo album nello studio di Maher, situato nella sede di radio Sout Raya. Ma la collaborazione tra di loro non si limita a questo: insieme hanno rappato in diverse canzoni, tra cui Al maja’a 3, uno dei tre pezzi scritti da Mc Maher sul problema della carestia in Siria.
La libertà d’espressione, però, non è per tutti. Maher e Mohannad sono fortunati, perché sono riusciti a scappare dalla Siria con le loro famiglie. Ciò permette loro di scrivere versi contro il regime senza correre troppi rischi. Diversa è la situazione di un altro rapper, che ha chiesto di restare anonimo per non mettere in pericolo i suoi parenti. Possiamo solo dire che anche lui vive ad Istanbul, ha 23 anni ed è di Rif Dimashq, un sobborgo di Damasco.
L'IRRUZIONE DEGLI UOMINI DI ASSAD. «Mc Maher può dirti il suo nome perché ha iniziato a rappare di argomenti politici quand’era già fuori dalla Siria», ha detto. «Se fai rap quando sei dentro il Paese diventi un ricercato, a meno che tu non scriva a favore di Assad. In quel caso ricevi il supporto del governo. Inoltre la famiglia di Mc Maher è al sicuro, mentre la mia è ancora in Siria».
La paura per l’incolumità dei suoi cari, l’ha portato a smettere momentaneamente con la musica. «Qualche giorno fa, l’esercito ha fatto irruzione in casa mia, in Siria. Gli uomini di Assad mi cercavano e hanno fatto un casino». La passione per il rap, però, è difficile da spegnere. Per questo il giovane sa che, prima o poi, riprenderà con la musica. «Il rap mi piace perché dice sempre la verità, è un’arte rivoluzionaria, parla delle ingiustizie e delle sofferenze di tutti i tempi e di tutte le persone».
LA MUSICA NEL SANGUE. Anche l’anonimo artista usa, o meglio usava, il rap per supportare la sua gente: inizialmente stava dalla parte dei ribelli, poi, con l’arrivo di al Qaeda e dei combattenti islamici, ha scelto una via di mezzo. «Come la maggior parte dei siriani, ora voglio semplicemente che la guerra abbia fine. Non mi importa chi sarà il vincitore». Il rapper misterioso ha lasciato la Siria nel 2013. A Istanbul non ha un lavoro, non ha nulla: «Vivere qui è molto difficile, per questo sto cercando di trasferirmi in Scandinavia, Svezia, Norvegia, Danimarca o in qualsiasi altro Paese che possa garantirmi diritti come essere umano». Rispetto ai suoi colleghi è stato meno fortunato, eppure, come loro, sa che non abbandonerà mai il rap, perché ce l’ha nel sangue. E prima o poi quelle rime che tanto infastidiscono Assad torneranno a vibrare nell’aria o sulle onde di una radio lontana. 

Questo articolo è stato pubblicato su Lettera43

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F
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